mercoledì 13 agosto 2008

La Morte Del Corsaro - Parte 2

Pelosi e gli avvocati

Nelle prime ore del pomeriggio di lunedì 10 novembre, Giuseppe Pelosi, "la Rana", è entrato nell'ufficio matricola del carcere minorile di CasaI del Marmo a Roma e ha chiesto; «Datemi un "Modello 13"». Sul modulo ha scritto, con una insospettata padronanza del linguaggio curialesco: «Revoco le nomine relative agli avvocati Vincenzo e Tommaso Spaltro. Si conferma, invece, la nomina dell'avvocato Rocco Mangia del Foro di Roma»). Poi ha firmato: «Il minore Pelosi Giuseppe». Cosa c'è dietro questa decisione della "Rana"? Quale ne è il fine ultimo e a chi gioverà? Non sono domande oziose.
Dietro la decisione di Giuseppe Pelosi c'è il fatto che, inopinatamente, quella mattina gli è stato concesso di incontrarsi con i suoi genitori, Maria Paoletti Pelosi e Antonio Pelosi. Questa visita appare singolare per due motivi. Primo: perché è stato concesso il permesso di colloquio ai genitori e non anche agli avvocati, come avviene normalmente. Secondo: perché in tal modo il giudice incaricato del caso ha dimostrato di ritenere chiuse le indagini e di non voler tenere in alcun conto ogni altra ipotesi sul delitto, nonostante la crescente ondata di dubbi che da ogni parte si sta alzando sulla versione data dalla "Rana" e sul modo in cui le indagini della polizia l'hanno verificata.
E fuori di dubbio che il delitto Pasolini non è un delitto politico। Scrivere sui muri: «Pasolini uguale Matteotti» è delirante. Ma è altrettanto certo che la gestione del processo sarà politica; sarà la possibile occasione per demolire l'intera figura di Pasolini, per infangare anche il suo impegno nella società italiana, le idee che egli portava avanti. La linea di difesa di Pelosi che ora verrà sostenuta, e a noi sembra contro l'evidenza dei molti fatti che noi esponiamo su questo giornale, mirerà proprio a questo: Pasolini e un mostro corruttore. Pelosi è uno che ha difeso il proprio onore e la propria integrità. È casuale che il paladino di questa tesi sia l'avvocato difensore dei fascisti che ammazzarono la ragazza al Circeo. «Rocco Mangia del Foro di Roma», come ha scritto «il minore Pelosi Giuseppe»?

Non si escludono ipotesi diverse nella meccanica
dell'uccisione di Pasolini

Per i risultati finali delle ricerche medico-legali eseguite sul corpo di Pier Paolo Pasolini e per le risposte che dovrebbero venire dall'esame scientifico degli indumenti insanguinati, dei corpi contundenti rinvenuti (una tavola e un bastone), dei frammenti organici rilevati sull'automobile dello scrittore, ci vorranno ancora venti giorni. Forse, quando avremo in mano questi risultati, si potranno stabilire alcuni punti fermi irreversibili nella meccanica del delitto. Forse qualche ombra verrà dissipata.
Per ora, in questo delitto che ventiquattro ore dopo esser stato commesso veniva considerato beatamente risolto, si brancola nel buio. Accade di tutto. La polizia torna in massa sulla scena del crimine a cercare quelle prove e quei testimoni che doveva cercare una settimana fa. Le ricostruzioni, fatte non sempre da competenti, si moltiplicano. Indagini partite in ritardo puntano a destra e a sinistra senza un apparente fondamento logico. Gli amici di Giuseppe Pelosi che quella tragica sera del primo novembre erano con lui in piazza dei Cinquecento affermano che c'erano andati per caso. Stavano facendo una passeggiata e, con tutta Roma a disposizione, erano finiti proprio in una delle zone più equivoche e pericolose della città. Fra poco verrà fuori qualcuno che giurerà che Pasolini è morto per un banalissimo incidente stradale.
La storia raccontata da Giuseppe Pelosi, questa strana, confusa, precipitosa confessione, appare sempre più fragile. In certi ambienti di Roma, gli stessi nei quali è maturata la tragica vicenda, c'è un vero e proprio terrore.
Noi dell'"Europeo" abbiamo registrato per primi tutte le discordanze e le sfasature della versione ufficiale dei fatti, abbiamo raccolto testimonianze, e ci siamo chiesti se non esistesse una verità diversa da quella che ci veniva fornita.
Oggi son ben pochi coloro disposti a credere ciecamente alla storia di Pino la rana.
Esaminare il delitto dal punto di vista strettamente "tecnico" è complicato per la mancanza di dati definitivi e per l'assoluto caos in cui è andata avanti la raccolta di questi dati. Basta pensare che soltanto sei giorni dopo il delitto è stato "trovato", per caso supponiamo, un golf insanguinato nell'auto di Pasolini. Basta questo fatto da solo per dimostrare con quanta incuria siano stati eseguiti i rilievi tecnici. Poi c'è la strana storia del bastone. Bastone che, al contrario di tutto il resto, la polizia non ci ha fatto ancora vedere. Mentre sono state diffuse fotografie dettagliatissime della tavoletta con cui Pasolini è stato colpito, della camicia insanguinata, dell'anello di Pino la rana che si sarebbe sfilato da solo durante la colluttazione, dell'automobile di Pasolini, la foto del bastone, incomprensibilmente, manca.
In un primo momento si era detto che il bastone era stato usato da Pasolini per colpire il ragazzo. Infatti, si sosteneva, era proprio con questo bastone che lo scrittore aveva causato la ferita alla fronte del Pelosi provocando la spietata reazione del ragazzo.
Ora invece si afferma che il Pelosi stesso avrebbe cominciato a picchiare con quell'arma e che l'avrebbe poi abbandonata perché si era spezzata.
Il primo a manifestare qualche dubbio sulla faccenda, dal punto di vista medico-legale, è stato il professor Faustino Durante, perito di parte civile.
«Per carità, non mi metta in bocca affermazioni categoriche», dice il professor Durante, «c'è già abbastanza confusione in giro su questo caso. Per parte mia ho solo inteso sottolineare che, osservando il corpo di Pasolini, non si possono escludere ipotesi diverse, per quanto remote, sulla meccanica dei fatti».
La concentrazione delle lesioni sul corpo di Pier Paolo Pasolini è tutta nella parte superiore del corpo: le braccia e la testa. Negli arti inferiori non sono state riscontrate lesioni. Ciò indica abbastanza chiaramente un atteggiamento difensivo della vittima.
Il tipo delle ferite e delle contusioni fa pensare a uno o due mezzi contusivi. L'ipotesi che si tratti soltanto del misterioso bastone (misterioso perché la polizia sembra volerlo nascondere) e della molto reclamizzata tavoletta appare del tutto verosimile. Sul corpo di Pasolini non esistono assolutamente tracce di colpi a stampo: ciò esclude categoricamente l'uso di catene, sbarre di ferro o martelli.
Le lesioni sono di due tipi: alcune provocate da un corpo contundente non molto largo (il bastone), altre dalla tavoletta.
Le mani sono nere, ecchimotiche, e sulle braccia e sulle mani sono state rilevate tracce della vernice della tavoletta.
Il bastone è stato trovato a settanta-ottanta metri dal corpo. È lungo circa ottanta centimetri, mezzo marcio, presenta tracce di sangue e di capelli. La tavoletta è stata invece raccolta vicino al cadavere.
Ciò fa presumere che l'azione delittuosa si sia svolta in due tempi: l'assassino (o gli assassini) ha prima usato il bastone che a un certo punto si è spezzato. Pasolini intanto si è spostato verso la strada asfaltata, è caduto a terra, ed è stato quasi finito con la tavola. Ma a questo punto c'è da porsi una domanda fondamentale: come faceva Pasolini a percorrere ottanta metri avendo ricevuto, come primo colpo, un terribile calcio al basso ventre (documentato dall'autopsia) che avrebbe steso a terra un uomo anche più forte e resistente di lui?
Se gli assassini fossero stati in tre si potrebbe azzardare un'ipotesi: due lo tenevano fermo per le braccia mentre il terzo lo picchiava. In questo caso troverebbe una spiegazione anche l'interrogativo precedente. Cioè come Pasolini abbia potuto percorrere ottanta metri nelle condizioni in cui era. Se gli assassini erano invece tre, lo avrebbero potuto trasportare facilmente nel punto in cui è stato poi schiacciato dall'automobile.
D'altra parte mancano sul corpo di Pasolini le tipiche tracce di un pestaggio eseguito da più persone. Come s'è detto, i colpi sono tutti nella parte superiore del corpo, sulle braccia e sulla testa. Se fosse stato un pestaggio i segni sarebbero evidenti dappertutto. C'è poi il particolare degli occhiali. Gli amici intimi dello scrittore sostengono che egli non sarebbe mai sceso dalla macchina, anche in piena notte, senza infilare gli occhiali che sono stati trovati all'interno dell'automobile.
Ciò potrebbe avvalorare il sospetto che Pasolini non sia sceso di sua volontà, ma che sia stato tirato giù dalla macchina con la forza.
Se Giuseppe Pelosi ha avuto dei complici, dunque, non è improbabile che sia andata nel modo che abbiamo descritto: mentre due persone bloccavano Pasolini imprigionandogli le braccia, Pelosi lo massacrava. In un primo tempo col bastone, poi con la tavola schiodata dalla staccionata vicino alle capanne.
È bene sottolineare che si tratta di una ipotesi, anche abbastanza remota, ma che non si può escludere a priori osservando il cadavere di Pasolini.
Lo scrittore è morto perché il suo cuore è scoppiato quando le ruote dell'Alfa 2000 (presumibilmente l'anteriore sinistra e la posteriore sinistra) gli sono passate sopra schiacciandolo. Negli ultimi giorni si è parlato molto di una retromarcia che il Pelosi avrebbe effettuato passando per due volte sopra il corpo di Pasolini.
Non c'era nessun bisogno di effettuare una retromarcia vicino al corpo di Pasolini. La macchina era molto distante, poteva girare benissimo dove era parcheggiata e, una volta in marcia, era molto improbabile che finisse sul corpo inerme "per caso". Nel punto in cui giaceva Pasolini lo sterrato è molto ampio e la vettura poteva scorrere comodamente di fianco. Se è passata sopra al corpo di Pasolini vuol dire che c'è stata una leggera deviazione a sinistra ed è una manovra che molto difficilmente può essere accaduta per caso. La retromarcia è dunque un particolare che non ha senso. Come non sembra sensato affermare che la macchina è passata due volte sul corpo dello scrittore: se ciò è avvenuto i due passaggi si sovrappongono in maniera perfetta. È una cosa che capita una volta su un milione.
Non ci si accusi adesso di teorizzare sul vago, di prospettare ipotesi fantastiche. Non è colpa nostra se a più di otto giorni dal delitto la macchina che ha ucciso Pasolini non è ancora stata esaminata dai periti.
È stata tenuta aperta, senza nemmeno un telone sopra, nel garage dei carabinieri di Ostia. Può darsi che tracce importantissime siano andate irrimediabilmente perdute. Questi sono fatti, non chiacchiere. Né la polizia, per quanto ne sappiamo, si è mai accorta che la confessione di Giuseppe Pelosi presentava delle lacune a dir poco sospette.
La violenza iniziale di Pasolini, del resto, non sembra trovar riscontro sul corpo di Giuseppe Pelosi. Il ragazzo ha un taglietto sulla testa, e qualche ammaccatura che potrebbe però essersi procurata al momento dell'arresto nella colluttazione con i carabinieri. Il taglio può esser dovuto all'urto del Pelosi contro il volante della macchina quando i militi l'hanno mandato fuori strada. L'ha ammesso egli stesso di aver sbattuto la testa sul volante.
D'altra parte se Giuseppe Pelosi fosse stato ferito fin dall'inizio e avesse perso molto sangue i suoi indumenti dovrebbero essere intrisi del suo stesso sangue. Ma, fino a questo momento, non si sa perché gli indumenti del Pelosi non sono stati mostrati ai periti.
Poi, dal punto di vista medico-legale, c'è il fatto clamoroso dell'anello. Poteva o non poteva sfilarsi da solo, quest'anello, durante una colluttazione? A questa domanda risponde il perito della difesa professor Francesco De Sando.
«Io invito la gente a ragionare con calma», afferma il professor
De Sando, «e ad attendere con pazienza i risultati della perizia. Fino a quando i risultati non saranno in nostra mano ogni supposizione, ogni teoria, rischia di essere smentita. Lei dice l'anello. È pazzesco affermare che "l'anello non si può sfilare da solo". Prima di dirlo è necessario vedere in che modo questo anello fasciava il dito di Pelosi. Gli andava largo? Gli andava stretto? È una prova che ancora non abbiamo effettuato. La miglior cosa che possiamo fare per il momento è tenere la bocca chiusa. Tutti. Vedremo fra qualche giorno se la realtà biologica corrisponde a quello che ci ha raccontato il ragazzo».
Ma secondo lei, professore, è possibile che da quel taglietto in fronte sia uscito tanto sangue da far perdere la testa al Pelosi? La confessione dice proprio così: "Quando ho visto tutto quel sangue ho perso la testa".
«Prima di tutto noi periti non abbiamo esaminato un taglietto। Abbiamo riscontrato una cicatrice sulla fronte del Pelosi. Il taglietto l'ha visto il medico del Pronto soccorso di Ostia la notte del delitto. Per quanto ne so io, d'altra parte, da una ferita alla testa, per quanto piccola, può scaturire una enorme quantità di sangue. Non dimentichi che sotto il cuoio capelluto c'è una vastissima rete di vasi sanguigni. Posso aggiungere un'ultima cosa come perito della difesa. L'indagine del collegio peritale è stata scrupolosa e pignolissima. Non è stato trascurato alcun particolare. Tutti i prelievi sono stati effettuati. Il diritto della difesa è stato rispettato in pieno».

I sei errori della polizia

Una serie di errori ha intralciato il normale svolgimento delle indagini sulla morte di Pasolini, nelle prime quarantott'ore dopo il delitto. Solo una coincidenza fortunata, il posto di blocco sul lungomare di Ostia dei carabinieri, ha permesso di mettere le mani su Pelosi, confessatosi in un primo tempo ladro di auto, poi assassino. Se la gazzella dei carabinieri non avesse bloccato l'Alfa GT che aveva imboccato a folle velocità una direzione vietata, adesso probabilmente saremmo molto più lontani dalla verità.
E, in fondo, non ci sarebbe poi troppo da meravigliarsi, pensando a come si sono mossi e intralciati polizia e carabinieri nelle prime indagini. Solo da giovedì 6 novembre, a settantadue ore di distanza dal ritrovamento del cadavere di Pier Paolo Pasolini, la collaborazione delle forze dell'ordine è diventata più stretta: da quando cioè, anche loro, hanno capito che i punti oscuri, i dubbi e le incertezze erano troppi e che il fatto di avere sotto chiave l'autore confesso di un omicidio, un cadavere e le armi di un delitto, non erano sufficienti a far archiviare la "pratica" Pasolini classificandola come omicidio nel mondo del vizio.
Almeno sei errori costellano le prime indagini. Li elenchiamo.

1. Alle 6.30 di domenica mattina 2 novembre arrivano su una stradetta di terra battuta all'idroscalo tra Ostia e Fiumicino due Giulia della polizia, avvertita della presenza di un cadavere dal figlio di un proprietario delle baracche che sorgono nella zona. Trovano una piccola folla intorno al corpo, che non pensano minimamente d'allontanare. Tantomeno circondano la zona per bloccare il passaggio. Alle 9 infatti nel rudimentale campo di calcio, a pochi metri dal cadavere di Pasolini, almeno una ventina di ragazzi in magliette e pantaloncini sono impegnati in una partita di pallone che ogni tanto esce dal rettangolo di gioco e che viene rimandato a calcioni dagli stessi agenti. Pochi metri dietro una delle due porte, quella a sud, l'esame sommario del terreno fa scoprire un bastone rotto, insanguinato, con tracce di capelli e cuoio cutaneo e la camicia di Pasolini imbrattata inverosimilmente di sangue sulle spalle fino alla cintola. Tutte le altre eventuali tracce sono andate perdute dal passaggio di macchine e pedoni diretti o alle altre baracche o al campo di gioco, oppure da curiosi. È stato impossibile fare i calchi dei copertoni della macchina di Pasolini e ricostruire l'itinerario. Come non si è potuta accertare la presenza di altre macchine o motociclette.

2. Nessuno ha pensato di tracciare sul foglio quadrettato a disposizione degli inquirenti i punti esatti dei vari ritrovamenti, che di solito vengono contraddistinti da lettere dell'alfabeto. I carabinieri intanto avevano trasferito Pelosi, confessatosi ladro della GT metallizzata, al carcere per minorenni di Casal del Marmo (appena arrivato in cella, pare che lo stesso Pelosi si sia vantato con i suoi compagni di aver ammazzato Pasolini), e cercavano sulla macchina un anello che Pelosi aveva detto di aver perso. Alle 9 circa è arrivata alla stazione dei carabinieri di Ostia la segnalazione che era stato trovato Pasolini assassinato. E lì, all'Idroscalo, mandano una pattuglia a cercare l'anello di Pelosi: l'aveva raccolto un maresciallo della polizia di Ostia che se l'era messo in tasca. In quale punto lo aveva trovato? La risposta non può essere stata che vaga.
Fino alle 9, insomma, i carabinieri avevano un ladro di auto con la macchina, e la polizia un cadavere che non sapevano com'era arrivato sul luogo.

3. Fino a giovedì, la macchina di Pasolini era sotto una tettoia nel cortile di un garage dove i carabinieri di solito ricoverano le macchine sequestrate, aperta e senza sorveglianza. Del resto era solo la macchina rubata da un ladro. Chiunque avrebbe potuto mettere o levare indizi, lasciare o cancellare impronte. Alla squadra scientifica è arrivata solo giovedì.

4. Sul luogo del delitto, la polizia è ritornata solo nella tarda mattinata di lunedì 3 per tentare una ricostruzione del caso, ma senza nessuna misura precisa, con le tracce ormai inesistenti, e ha tentato di ricostruire sia l'investimento mortale di Pasolini che la fuga di Pelosi non con l'Alfa GTdel morto ma con una normale Giulia. Ora, la strada dov'è stato ritrovato il corpo di Pasolini è percorsa longitudinalmente da profondissime buche, che, a detta di esperti, è quasi impossibile superare con una GT notevolmente bassa senza toccare il terreno almeno con la coppa dell'olio. La notte tra domenica e lunedì, infine, la zona non era vigilata.

5. Solo da giovedì gli investigatori hanno cominciato a interrogare gli abitanti delle baracche e i frequentatori della Stazione Termini. Perché? Avevano archiviato tutto? Consideravano chiuso il caso? Non li interessava andare più a fondo nelle indagini?

6. Sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. È chiaro che polizia e carabinieri, certi di trovarsi di fronte a un normale caso di omicidio a sfondo sessuale, con l'assassino già in carcere, hanno ritenuto superfluo ogni accertamento sul cadavere che poteva invece servire per le successive indagini.

Queste, ora, ripartono più o meno da zero। L'ipotesi che a uccidere Pasolini non sia stato solo Pino Pelosi si fa strada anche negli inquirenti। Le testimonianze raccolte dall"'Europeo" non sembrano più nemmeno ai poliziotti così fantastiche. Così come un delitto che sembrava solo quello di un ragazzo di vita prende un'altra consistenza.

Pasolini ucciso
da due motociclisti?.
di Oriana Fallaci
da "L'Europeo" n. 46 del 14 novembre 1975 .
Esiste un'altra versione della morte di Pasolini: una versione di cui, probabilmente, la polizia è già a conoscenza ma di cui non parla per poter condurre più comodamente le indagini. Essa si basa sulle testimonianze che hanno da offrire alcuni abitanti o frequentatori delle baracche che sorgono intorno allo spiazzato dove Pier Paolo Pasolini venne ucciso. In particolare, si basa su ciò che venne visto e udito per circa mezz'ora da un romano che si trovava in una di quelle baracche per un convegno amoroso con una donna che non è sua moglie. Ecco ciò che egli non dice, almeno per ora, ma che avrebbe da dire.

Pasolini non venne aggredito e ucciso soltanto da Giuseppe Pelosi, ma da lui e da altri due teppisti, che sembrano assai conosciuti nel mondo della droga. I due teppisti erano giunti a bordo di una motocicletta dopo mezzanotte, ed erano entrati insieme a Pasolini e al Pelosi in una baracca che lo scrittore era solito affittare per centomila lire ogni volta che vi si recava. Infatti non si tratta di baracche miserande come appare all'esterno: le assi esterne di legno fasciano villette vere e proprie, munite all'interno dei normali servizi igienici, di acqua corrente, a volte ben arredate e perfino con moquette. Le urla di un alterco violento cominciarono dopo qualche tempo che i quattro si trovarono dentro la baracca. A gridare: «Porco, brutto porco» non era Pasolini ma erano i tre ragazzi. A un certo punto la porta della baracca si spalancò e Pasolini uscì correndo verso la sua automobile. Riuscì a raggiungerla e si apprestava a salirci quando i due giovanotti della motocicletta lo agguantarono e lo tirarono fuori. Pasolini si divincolò e riprese a fuggire. Ma i tre gli furono di nuovo addosso e continuarono a colpirlo. Stavolta con le tavolette di legno e anche con le catene. Ciascuno di loro aveva in mano una tavoletta e i due teppisti più grossi avevano in mano anche le catene. Il testimone che, terrorizzato, si rifiuta di raccontare la storia alla polizia, dice anche che, a un certo punto, vide i tre giovanotti in faccia.

Erano circa le una del mattino e le urla dell'alterco continuarono, udite da tutti, per quasi o circa mezz'ora. Vide anche che Pasolini cercava di difendersi. Quando Pasolini si abbatté esanime, i due ragazzi corsero verso la sua automobile, vi salirono sopra, e passarono due volte sopra il corpo dello scrittore, mentre Giuseppe Pelosi rimaneva a guardare. Poi i due scesero dall'automobile, salirono sulla motocicletta, partirono mentre Giuseppe Pelosi gridava: «Mo' me lasciate solo, mo' me lasciate qui». Continuò a gridare in quel modo anche dopo che i due si furono allontanati. Allora si diresse a sua volta verso l'automobile di Pasolini, vi salì e scappò.

La scena sarebbe stata vista non soltanto da chi era nelle "baracche" ma anche da una coppia appartata dentro un'automobile, poco lontano. E tale versione risolverebbe i dubbi che tutti hanno avanzato fino a oggi sulla possibilità che un uomo robusto e sportivo come Pasolini potesse essere sopraffatto da una persona sola, anzi da un ragazzo di diciassette anni, meno forte di lui. E il caso di sottolineare che in un primo tempo fu detto dalla polizia che nelle unghie di Pasolini erano stati trovati residui di pelle. Secondo la versione ora fornita, Pasolini tentò disperatamente di difendersi. Sul volto e sul corpo di Giuseppe Pelosi non esistono segni di una colluttazione. Tali segni, o tali graffi, si dovrebbero trovare sul volto o sul corpo degli altri due teppisti.

Perché il Pelosi non parla e si assume tutta la responsabilità? È legato anche lui al mondo della droga? Perché lui stesso ha messo sulla pista la polizia raccontando di avere perso un anello che nessuno, fino a quel momento, sapeva che fosse suo? È possibile perdere un anello durante una colluttazione? Oppure l'anello è stato gettato lì di proposito, e il Pelosi ha parlato, raccontando tutto, e la polizia non ce ne dà notizia?

Perizia medico-legale
sul corpo di
Pasolini
Professor Faustino Durante

Per incarico dell'avv. Antonio Marazzita ho preso visione della relazione peritale d'ufficio dei proff. Silvio Merli, Enrico Ronchetti, Giancarlo Umani Ronchi, sulla morte di Pier Paolo Pasolini, e redigo qui di seguito la mia relazione tecnica.

Sormontamento del corpo di Pasolini da parte della propria autovettura.
Va anzitutto premesso che una corretta ricostruzione delle modalità con le quali si è verificato tale evento lesivo non può prescindere dall'attento esame dei seguenti elementi: 1) le fotografie eseguite sul posto prima della rimozione del cadavere per uno studio sia della posizione del corpo nel suo insieme, nei singoli segmenti (capo, arti superiori, tronco, arti inferiori) e rispetto ai luoghi, sia alla posizione delle vesti ancora indossate dalla vittima, e sia delle lesioni corporee visibili, nonché delle tracce di pneumatici in tutto il loro percorso fino al cadavere: 2) le lesioni cutanee, sottocutanee, ossee e dei visceri endotoracici (cuore) ed endoaddominali (fegato); 3) le strutture metalliche dell'autovettura. Risulta dalla relazione peritale – anche per esplicita ammissione dei periti i quali invocano l'estrema difficoltà di una particolareggiata ricostruzione – che il loro "convincimento" sulla dinamica di questo momento lesivo prende origine soltanto dalla constatazione di alcuni elementi anatomopatologici: scarsità e non uniformità delle fratture costaIi, rottura del solo cuore e non scoppio del pericardio, assenza di lesioni cutanee figurate da riferire al disegno dei pneumatici. È assente, invece, nella ricostruzione peritale, ogni riferimento alla rottura del fegato, alle caratteristiche delle singole lesioni cutanee, e soprattutto alla disposizione di ogni complesso lesivo esaminato singolarmente e nell'insieme con tutti gli altri. È altresì assente un confronto con le fotografie eseguite sul corpo di Pasolini prima della rimozione e sui luoghi circostanti il cadavere stesso.
Una accurata indagine condotta con il sistematico studio di tutti gli elementi a disposizione – secondo il metodo prima indicato – porta alle seguenti constatazioni di fatti obiettivi.

Dall 'esame necroscopico:
a) Presenza di "materiale ferroso" sulla canottiera, sul capo, sul collo, sulle spalle e sugli arti superiori «specie alle superfici laterali» (pagg. 4 e 5 della relazione peritale). Tale materiale non è presente sulla parte inferiore della canottiera e sui pantaloni.
b) Presenza di due larghe e del tutto simili escoriazioni ecchimotiche comprendenti soluzioni di continuo alle regioni frontali laterali (pagg. 6, 11, 12, 14 della relazione).
c) Ecchimosi escoriata della regione zigomatica e masseterica di sinistra (pag. 5 della relazione).
d) Frattura in due punti della branca orizzontale di sinistra della mandibola e lussazione dell'articolazione temporo-mandibolare di sinistra (pagg. 15 e 16 della relazione). Assenza di lesioni a carico della branca mandibolare di destra.
e) La piramide nasale risulta appiattita da sinistra verso destra (pag. 11 della relazione).
f) Lesione trasversale a carico del padiglione auricolare destro (pagg. 16, 18 della relazione). È assente qualsivoglia alterazione cutanea nelle zone superiori al padiglione auricolare stesso.
g) Interessamento della regione occipito-parietale destra da «serie duplice soluzioni di continuo lineari pressoché trasversali e parallele tra di loro della lunghezza di cm 2 e cm 4,5 essendo la prima – costituita da tre soluzioni di continuo – localizzata posteriormente alla inserzione del padiglione auricolare destro, la seconda – costituita da quattro soluzioni di continuo – localizzata più medialmente, pressoché sulla linea mediana del capo...», le lesioni sono «svasate a carico del margine inferiore», e la svasatura è «più accentuata nel gruppo situato medialmente» (pagg. 18, 19 della relazione).
h) Vasta lesione situata superiormente e posteriormente al padiglione auricolare sinistro. Tale lesione è scollata «specie nella parte inferiore» (pagg. 23, 24 della relazione).
i) Lesione al padiglione auricolare sinistro. Il padiglione è «ampiamente strappato sul suo impianto» e interessato dalla lesione stessa in corrispondenza del suo «terzo medio superiore» (pag. 25).
I) Tumefazione della regione latero-cervicale sinistra con escoriazioni seriate «prevalentemente trasversali» (pagg. 25, 26 della relazione).
m) Numerose escoriazioni sulle regioni posteriori della spalla sinistra, sulla regione dorsale in posizione o «trasversale» o «obliqua» (pag. 28 della relazione); non infiltrate e non «figurate» (pagg. 28 e 29 della relazione). «Detto complesso si estende sino alla regione lombare essendo più accentuata la infiltrazione emorragica proprio a carico delle lesioni localizzate in questa sede come alla base dell'emitorace sinistro» (pag. 29 della relazione).
n) Escoriazioni trasversali alla base degli emitoraci, anteriormente, e all'addome (pagg. 31, 32, 33 della relazione). Non inflitrate.
o) Escoriazione in corrispondenza della spina iliaca anterosuperiore di sinistra. Tale zona è ecchimotica (pag. 33 della relazione).
p) Numerose escoriazioni agli emitoraci, anteriormente, senza infiltrazione (pagg. 31, 32, 33, 34 della relazione).
q) Soluzione di continuo al braccio sinistro (pagg. 36 e 37 della relazione).
r) «Complesso lesivo a forma di grossolana losanga di cm 6 x 3 che su di un fondo ecchimotico mostra figurazioni escoriative di colore rosso-grigiastro» (pag. 37 della relazione, dorso avambraccio sinistro).
s) Complesso ecchimotico al dorso della mano sinistra con frattura di alcune falangi e lesione da taglio al primo dito (pag. 40 della relazione).
t) Frattura dello sterno a livello del III spazio; frattura della IV e V costola di destra lungo la linea emiclaveare, frattura della VII e VIII costola di destra lungo la linea ascellare posteriore; a sinistra frattura della VI e VII costola in due punti; sulla linea emiclaveare e sulla linea ascellare anteriore, frattura dell'VIII e della IX costola sulla linea ascellare anteriore. Complessivamente 10 fratture costali (pag. 48 della relazione).
u) Lacerazioni capsulari del fegato lunghe 15 e 7 cm a carico della superficie antero-laterale del lobo destro e della superficie del lobo sinistro (pag. 51 della relazione).
v) Assenza di infiltrazioni ematiche delle pareti toraciche, di quelle addominali e di ogni regione degli arti inferiori (pag. 51 e altre della relazione).

Dall'esame delle fotografie:
Il corpo di Pasolini si trova in posizione prona; la testa poggia sul terreno con le regioni laterali di sinistra, e più precisamente con la temporale, la frontale, la zigomatica e la geniena. La piramide nasale si nota schiacciata verso destra. Le regioni frontale, zigomatica e geniena di destra sono libere.
L'arto superiore di sinistra è leggermente discostato dal corpo e situato in posizione di flessione al gomito, sicché appaiono visibili: in parte il braccio nelle sue superfici latero-posteriori, il gomito stesso e porzione della superficie latero-posteriore del terzo superiore dell'avambraccio.
L'arto superiore di destra è situato sotto il corpo e di esso è visibile soltanto la superficie palmare della mano che sporge sul lato sinistro del corpo stesso.
Il cadavere indossa una canottiera che risulta parzialmente sollevata in corrispondenza del dorso e che presenta una sola lacerazione, verso il lato destro, di piccole dimensioni; pantaloni non lacerati; scarpe senza alcuna alterazione.
Si rilevano, non distintamente, le lesioni a carico del capo, e della mano di destra. Si rilevano piuttosto distintamente numerose escoriazioni seriate disposte in senso obliquo dal basso in alto e da destra verso sinistra lungo il fianco sinistro, e altre disposte meno obliquamente sulla regione dorso-lombare.
Si apprezzano abbastanza bene le impronte delle ruote di una auto fino al corpo di Pasolini, che viene raggiunto dall'impronta di sinistra pressoché a livello della regione dorso-lombare, o comunque in direzione del terzo medio dell'asse corporeo. Tale impronta di sinistra proviene sul corpo stesso in senso diagonale, dal basso in alto e da destra verso sinistra.

Dall'esame dell'autovettura di Pasolini:
Risulta dal disegno della superficie interiore dell'autovettura che il punto più basso, rispetto al piano terra, si trova a 12 cm ed è costituito dal primo silenziatore dello scarico; che a 13 cm da terra è situato il secondo silenziatore. Risulta altresì che due strutture con margini molto stretti, quali la sporgenza del longherone della fiancata sinistra e il supporto della barra di reazione della stessa fiancata, si trovano, rispettivamente, a cm 14 e a cm 13,5 dal piano terra.

Dai dati obiettivi sopra riportati si possono avanzare le seguenti considerazioni.
Le superfici posteriori e laterali del corpo di Pasolini, e più precisamente il capo, il collo, le spalle, il dorso e la regione lombare, sono interessate da gruppi di lesioni – costituite da escoriazioni più o meno infiltrate di sangue e da ferite lacere o lacero-contuse – che hanno, sia singolarmente che nel loro insieme, un andamento a volte obliquo da destra verso sinistra e dal basso in alto e a volte trasversali all'asse corporeo.
Più specificatamente i vari gruppi di lesioni vengono a costituire nel loro insieme tre fasci di linee ideali, parallele tra loro, con il seguente andamento rispetto al corpo: superiormente in corrispondenza del capo con lievissima obliquità dal basso in alto e da destra verso sinistra (dalla lesione all'orecchio destro che ne interessa il terzo inferiore alla lesione a carico dell'orecchio sinistro che ne interessa il terzo medio superiore) passando per le numerose lesioni pressoché da taglio alla regione occipitale di destra indicate quasi trasversali, e per la grossa lesione da scollamento alla regione occipito-parietale di sinistra fino al distacco del padiglione auricolare di sinistra dalla sua base di impianto. [Alle lettere f); g); h); i)]; medialmente in corrispondenza del collo, della spalla sinistra e della parte alta del dorso con andamento in parte trasversale e in parte obliquo sempre dal basso in alto e da destra verso sinistra [lettere I); m)]; inferiormente in corrispondenza della regione dorsale bassa e della regione lombare con andamento simile a quello prima descritto [lettera m)].
Siffatta disposizione delle lesioni – che già di per sé porta a ipotizzare come più verosimile l'azione di mezzi lesivi che hanno agito sempre con andamento obliquo rispetto all'asse corporeo – assume tutta la sua vera importanza se confrontata con le peculiari caratteristiche di ognuna delle stesse lesioni ora considerate e con le caratteristiche delle altre lesioni cutanee, nonché di quelle ossee e di quelle viscerali.
Iniziando dal capo e procedendo da destra verso sinistra, si richiama l'attenzione sui seguenti elementi:
– la lesione del padiglione auricolare destro è nettamente trasversale, ha le caratteristiche della lesione da taglio, o meglio lacera, e non è accompagnata ad alterazioni cutanee nella zona subito soprastante. Ciò porta a ritenerla come prodotta in senso pressoché trasversale e a escludere una azione dal basso in alto che avrebbe "strappato" il lobo stesso dal suo impianto inferiore continuando ad agire oltre il padiglione auricolare;
– tale proseguimento dell'azione lesiva esiste invece lateralmente verso sinistra, cioè sulla regione nucale adiacente, dove troviamo le numerose lesioni dirette tutte nello stesso senso, ovverossia pressoché trasversalmente o con andamento leggermente obliquo dal basso verso l'alto; tutte presentano il margine inferiore svasato, e la svasatura stessa è maggiore in quelle lesioni che sono situate pressoché medialmente nella regione nucale. Questa caratteristica è dovuta a due fatti: anzitutto tale zona è più alta rispetto al piano terra e quindi il mezzo lesivo nel suo procedere in avanti vi ha agito con maggiore profondità; e in secondo luogo in questo punto la regione nucale assume un più pronunciato andamento a scivolo verso il basso sicché il mezzo lesivo è venuto ad attingere una superficie piuttosto convessa;
– ancora più a sinistra, verso la regione occipito-parietale sinistra, la vasta lacerazione a lembo è scollata nella parte inferiore e lateralmente e si prosegue con il distacco del padiglione auricolare dalla sua inserzione. Il padiglione auricolare è quindi a sua volta sezionato trasversalmente.
Queste caratteristiche delle lesioni al capo fin qui ricordate portano a ritenere come nel momento in cui l'automezzo superò il corpo di Pasolini, questi poggiasse sul piano terra le superfici di destra del capo stesso sicché le prime strutture metalliche attinsero subito la regione parieto-occipito- auricolare di sinistra dove produssero la vasta lacerazione al cuoio capelluto e la lesione del padiglione auricolare; contemporaneamente impressero alla testa un movimento di rotazione, cosicché vennero attinte da altre strutture metalliche le superfici nucali centrali e di destra; una volta presentatesi le superfici di destra del volto, successive strutture metalliche lacerarono trasversalmente il padiglione auricolare di destra.
Per eseguire ora un confronto di tale ricostruzione con le caratteristiche di altre lesioni ricordiamo principalmente: le ecchimosi escoriate, con caratteri del tutto simili tra loro, situate sulle regioni frontali laterali; la frattura della branca mandibolare di sinistra e la lussazione temporo-mandibolare dello stesso lato; la frattura delle ossa nasali e la deviazione per schiacciamento della piramide nasale verso destra; la posizione in sede di sopralluogo della testa della vittima che appariva poggiata sul piano terra con le superfici laterali di sinistra.
Ne deriva un quadro completo della dinamica prima accennata. Infatti, al primo impatto delle strutture metalliche si produsse, per contraccolpo, la lesione escoriata-contusa con lacerazione alla regione frontale destra che poggiava sul piano terra; subito dopo nel suo rotamento la testa si venne a trovare, in un tempuscolo molto breve, poggiata sul piano terra con il naso e il mento; in quel momento sopraggiungeva un'altra struttura metallica che impattava sulla nuca (dove produceva alcune lesioni, quelle centrali) e comprimeva il capo sì da fratturare le ossa nasali; ancora dopo, continuando il capo a ruotare ma continuando anche la compressione a tergo, si fratturava la branca sinistra della mandibola che era venuta a trovarsi come unico punto resistente tra il piano terra e la forza compressiva posteriore. Non si fratturava la branca di destra proprio perché la testa in questo tempuscolo, come già detto, era in rotazione e quindi la leva tra due punti di forza, piano terra e compressione posteriore, era costituita dalla branca di sinistra. Immediatamente dopo veniva leso il padiglione auricolare di destra, e, in sede contrapposta, anche il frontale di sinistra dove si produceva l'ecchimosi escoriata con lesione cutanea; sempre contemporaneamente il naso veniva schiacciato verso destra. La regione frontale mediale non riportava vaste lesioni perché mai a contatto pieno col terreno; infatti anche quando la testa aveva la parte anteriore del volto sul piano terra i punti più sporgenti erano costituiti dal naso e dal mento.
Per quanto riguarda le lesioni alla regione latero-posteriore del collo, la loro direzione nettamente trasversale e obliqua – in uno con la loro caratteristica di escoriazioni "seriate" – le indica come inequivocabilmente prodotte da un mezzo che agì per strisciamento in senso trasversale all'asse corporeo.
Analoghe considerazioni possono essere avanzate per le numerose escoriazioni presenti alla regione posteriore della spalla sinistra, alla regione dorsale e, ancora più fondatamente, per quelle presenti sulla regione lombare. Per tutte esse, infatti, i periti indicano una direzione trasversale e obliqua e per le più basse parlano di «infiltrazione emorragica più accentuata». Quest'ultimo particolare è chiaramente indicativo dell'azione di un mezzo che abbia anche compresso oltre che escoriato, così come è tipico del pneumatico.
Non trascurabili, infine, sempre per una ricostruzione della direzione di attraversamento, appaiono alcune delle lesioni all'arto superiore sinistro e in particolare quelle presenti sul braccio. Infatti, tenendo presente che al momento del rinvenimento del cadavere l'arto superiore si trova piegato a livello del gomito, appare verosimile che le lesioni sopra ricordate siano state prodotte dalle strutture metalliche, ancorché non sia da escludere l'azione compressiva delle ruote almeno per quanto concerne alcune escoriazioni.
Al termine della suesposta ricostruzione appare doveroso sottolineare che del vasto complesso lesivo presente sulle regioni posteriori del capo, l'ampia lacerazione scollata verso il basso sulla regione nucale di sinistra, per i suoi caratteri potrebbe anche essere indicativa di una azione traumatica da mezzo contusivo che agì direttamente prima del sormontamento del corpo della vittima. Comunque su tale particolare torneremo in seguito.
Affrontando ora il problema specifico del passaggio dei pneumatici sul corpo della vittima, va ricordato che oltre alle summenzionate lesioni posteriori erano presenti, sulle superfici anteriori del corpo, varie lesioni per lo più non infiltrate, e una escoriazione con ecchimosi in corrispondenza della spina iliaca antero superiore di sinistra. Inoltre non risultavano, all'esame autoptico, infiltrazioni emorragiche delle pareti toraciche e di quelle addominali, mentre venivano riscontrate 10 fratture costali, lo scoppio del cuore, e due lacerazioni del fegato, di cui una molto ampia (15 cm).
Nell'insieme di tutte le lesioni (cutanee anteriori e posteriori, ossee, viscerali) si ravvisano le tipiche caratteristiche lesive del sormontamento a opera di pneumatici, quali sogliono riscontrarsi nell'infortunistica stradale; scarsità di lesioni esterne per lo più rappresentate da escoriazioni non infiltrate di sangue e da qualche ecchimosi nelle zone con resistenza ossea sottostante (come quella nella specie presente sulla spina iliaca di sinistra e sulle ultime costole di sinistra), imponenza del quadro lesivo interno rappresentato da fratture ossee e rotture viscerali.
Non sembra che nel caso specifico si possa parlare di «relativa modestia del quadro fratturativo costale» (pagg. 76, 77 della relazione peritale) trattandosi di 10 fratture costali; né pare da condividere l'affermazione di «irregolare distribuzione dei punti di frattura» (pag. 77 della relazione peritale) laddove si tengano presenti sia le linee di distribuzione (emiclaveare destra ed emiclaveare sinistra, ascellare anteriore sinistra e ascellare posteriore destra), sia i punti di frattura (IV, V, VII e VIII costola a destra, VI, VII, VIII e IX a sinistra), e sia, infine, la frattura sternale che era situazione pressoché a livello di una zona di frattura costale, terzo spazio intercostale.
Allo stesso modo non si può condividere l'affermazione di una relativa modestia del quadro lesivo viscerale (pag. 77 relazione) in presenza di uno scoppio del cuore e di lacerazioni epatiche (queste ultime mai ricordate dai Periti nelle considerazioni).
In definitiva, non risulta dalla traumatologia medico-legale, e dalla comune giornaliera esperienza di infortunistica stradale, che nel sormontamento del corpo umano da parte di pneumatici il «franamento del torace» e la «lacerazione del pericardio» o comunque «ben più gravi lesioni da scoppio dei visceri interni» debbano essere assolutamente presenti così come affermano i Periti (pag. 77 della relazione). Al contrario, la pratica giornaliera dimostra che sono più che sufficienti – come nel caso specifico – 10 fratture costali, la frattura dello sterno, lo scoppio del cuore, due lacerazioni del fegato.
Per quanto riguarda, poi, l'assenza di "impronte cutanee" o sulle vesti, prodotte da pneumatici, la loro obiettivazione costituisce dato tutt'altro che costante così come risulta proprio dalla letteratura in proposito.
Concludendo, da tutti gli elementi obiettivi appare come più attendibile che il sormontamento del corpo di Pasolini a opera della propria autovettura sia avvenuto con la seguente dinamica: l'auto, sopraggiungendo da destra rispetto al corpo, lo ha sormontato con le due ruote di sinistra secondo una direzione nettamente obliqua dal basso in alto e da destra verso sinistra lungo una linea ideale che dalla base dell'arcata costale raggiungeva la regione scapolare sinistra; le ruote stesse producevano lesioni cutanee dirette alle regioni dorsali e lombari (queste ultime rappresentate da tipiche escoriazioni prodotte dal bordo esterno del pneumatico), lesioni cutanee indirette all'addome e al torace, due lacerazioni del fegato, le fratture costali, frattura dello sterno, scoppio del cuore. Durante il passaggio le strutture metalliche producevano direttamente molte lesioni lacere e lacero-contuse al capo, la lesione trasversale dei padiglioni auricolari, il distacco dal suo impianto del padiglione auricolare di sinistra, le escoriazioni seriate alla regione postero-laterale sinistra del collo; e indirettamente le fratture della branca mandibolare sinistra, la frattura delle ossa e delle cartilagini nasali, le ecchimosi escoriate e lacerazioni cutanee alle regioni frontali; probabilmente alcune delle lesioni all'arto superiore sinistro.
Appare quanto mai poco verosimile che l'autovettura sia passata sul corpo della vittima in senso caudo-craniale senza sormontarlo con le ruote ma attingendolo soltanto in successivi momenti con le strutture metalliche, per le seguenti ragioni:
1) assenza di "materiale ferroso" (non meglio identificato dai Periti) di presumibile provenienza dalle strutture metalliche della autovettura, sui pantaloni indossati dal cadavere;
2) assenza di qualsivoglia lacerazione dei pantaloni stessi;
3) assenza di ampie e numerose lacerazioni della canottiera come sarebbe da attendersi in una dinamica così ipotizzata date le sporgenti strutture metalliche;
4) assenza di qualsivoglia lesione a carico dei tessuti di rivestimento e delle ossa del bacino e degli arti inferiori, considerando che strutture molto resistenti quali il longherone del telaio della fiancata vengono a distare, rispettivamente, cm 14 e cm 13,5 laddove la distanza dalla sommità dei glutei a terra è, in un soggetto della corporatura di Pasolini, di cm 18-20 circa; e la distanza dalla superficie posteriore delle cosce a terra è di cm 14 circa. Da non dimenticare che altre strutture metalliche della autovettura distano, da terra, 12 e 13 cm;
5) assenza di lesioni da strappamento del cuoio capelluto con direzione dal basso in alto quali si sarebbero certamente dovute verificare per il dimostrato impatto sul capo di strutture metalliche a larga superficie con bordi netti: i due silenziatori del tubo di scarico;
6) assenza di vaste lacerazioni cutanee al dorso – con direzione
dal basso in alto – sempre considerando l'altezza da terra delle strutture metalliche e lo spessore del torace di Pasolini, che è risultato di cm 23 (pag. 45 della relazione peritale).

Dinamica dell'aggressione. Ipotesi sulla presenza di più aggressori.
Pur condividendo in parte quanto affermato dai Periti di ufficio circa le difficoltà che in genere si incontrano nella identificazione dei mezzi produttori di lesioni contusive, riteniamo che una tale affermazione non debba mai escludere il particolareggiato esame di ogni elemento obiettivo per giungere quanto meno alla prospettazione di ipotesi.
Gli elementi obiettivi di maggiore interesse che si rilevano dall'esame dei reperti, dai dati di sopralluogo, e dall'esame dei complessi lesivi, sono i seguenti:
1) il paletto più corto (cm 40,5 circa) è completamente macchiato di sangue e presenta adesi, alle due estremità, capelli appartenenti a Pasolini;
2) il paletto più lungo (cm 58) presenta una piccola macchia ematica proveniente dal sangue di Pasolini;
3) la tavoletta di legno recante la dicitura "Buttinelli A." presenta imbrattamento ematico con adesione di capelli appartenenti a Pasolini in quattro zone distinte;
4) la tavoletta di legno recante la scritta "Via Idroscalo 93" presenta il margine inferiore "nel suo terzo di sinistra" massivamente imbrattato di sangue; e presenta altresì formazioni pilifere appartenenti ai capelli di Pasolini adesi sulla superficie posteriore;
5) il frammento di legno trapezoidale distaccatosi dalla tavoletta sudescritta, presenta anche esso formazioni pilifere di Pasolini adese a incrostazioni ematiche;
6) la camicia a righe di Pasolini (rinvenuta a circa 70 metri dal cadavere) presenta vasta imbibizione di sangue pressoché uniformemente diffusa sulla superficie posteriore e sulle maniche, mentre scarsissime sono le macchie di sangue presenti sulle superfici anteriori;
7) sul polsino sinistro della maglia di lana a carne del Pelosi la macchia di imbibizione rossastra (risultata poi essere di natura ematica prodotta dal sangue del Pasolini) non è «vasta» (pag. 15 della relazione sui reperti) ma misura alcuni centimetri di larghezza e lunghezza;
8) la macchia di sangue (risultata poi appartenente al sangue del Pelosi) e rinvenuta sul bordo anteriore della canottiera del Pelosi, è delle dimensioni di 3 cm;
9) la parte inferiore della gamba destra dei pantaloni di Pelosi non è «diffusamente imbrattata» (pag. 14 della relazione sui reperti) di materiale ematico (risultato poi essere sangue di Pasolini), ma presenta diverse macchie di sangue commisto a vasto imbrattamento di fango;
10) nessun indumento di Pelosi – tranne il polsino sinistro della maglia e il fondo della gamba destra dei pantaloni di cui sopra – presenta residui ematici del sangue di Pasolini;
11) la lesione al capo del Pelosi non presentava zone circostanti ecchimotiche né escoriate;
12) prima di essere arrestato, il Pelosi, a bordo dell'autovettura di Pasolini condotta a forte velocità, fu "incastrato" di colpo contro un marciapiede da un'auto della Polizia;
13) il corpo di Pasolini fu rinvenuto a circa 70 metri dalla sua camicia che appariva regolarmente sfilata;
14) nelle vicinanze della camicia furono rinvenuti i due frammenti del bastone e le due metà della tavoletta;
15) la tavoletta originariamente si trovava vicino al posto in cui fu rinvenuto il corpo di Pasolini;
16) presenza sangue di Pasolini sul tetto della propria auto.
Per quanto riguarda le lesioni presentate da Pasolini si rinvia alla prima parte della presente relazione.
Sulla base dei dati riportati, in uno con quanto visibile dalle fotografie del sopralluogo, possono avanzarsi le seguenti considerazioni.
I mezzi contusivi rinvenuti sul luogo del fatto, i due pezzi di legno e le due tavolette, hanno certamente colpito reiteratamente il corpo di Pasolini. In particolare si può affermare che almeno quattro o cinque delle lesioni presenti alle regioni posteriori vanno attribuite all'azione di detti mezzi. Infatti i caratteri di alcune, quali la modesta infiltrazione ma la irregolarità dei margini e soprattutto il successivo diramarsi di lesioni collaterali, e i caratteri di altre, quali l'ecchimosi dei margini e la direzione della svasatura degli stessi, portano a ritenerle come certamente prodotte e dal mezzo a larga superficie (tavola) e da quello a stretta superficie (margine della tavola e bastone).
Altrettanto verosimile appare il riferimento del complesso ecchimotico escoriativo interessante la regione zigomatica di sinistra all'azione di un mezzo contusivo diretto, e così la zona ecchimotico-escoriativa di forma grossolanamente rettangolare situata sotto il gonion destro, nonché la ecchimosi escoriata a forma di "L" rilevata in corrispondenza della spalla destra e le molteplici escoriazioni ed ecchimosi presenti sugli arti superiori, nonché le lesioni fratturative delle falangi che stando ai rilievi di sopralluogo circa la posizione del corpo difficilmente possono riferirsi al sormontamento.
In considerazione, però, della scarsa resistenza offerta dal bastone (un legno molto secco, e friabile) e relativamente anche dalla tavoletta, acquista discreto valore l'ipotesi dell'azione di altri mezzi contusivi.
Non soltanto, infatti, le fratture delle falangi fanno ipotizzare un mezzo contusivo molto più resistente di quelli rinvenuti, ma va considerata, a questo proposito, l'ampia lacerazione con perdita di sostanza (tanto che nella relazione peritale viene riferita con margini difficilmente ravvicinabili) e scollata verso il basso sulla regione nucale di sinistra. Come già accennato nel primo capitolo tale lesione proprio per i suoi caratteri porta a ritenerla prodotta da un'azione tangenziale dall'alto in basso, sicché non è da escludere che possa essere stata prodotta in questa fase dell'evento lesivo ma certamente da un mezzo ben più resistente del bastone e della tavoletta.
L'ipotesi dell'uso di altri mezzi contusivi si prospetta, poi, con maggiore interesse, là dove si tengano presenti alcuni elementi di sopralluogo: il punto di rinvenimento della camicia di Pasolini (a circa 70 metri dal corpo), la disposizione delle macchie di sangue sulla camicia dello stesso, l'integrità di tale indumento, luogo dove fu usata la tavoletta, e luogo dove fu usato il bastone.
Un attento esame di questi elementi porta a una prima indiscutibile ricostruzione della dinamica dei fatti: Pasolini in un primo momento, e in un luogo situato a circa 70 metri dalla definitiva caduta del corpo, fu violentemente percosso al capo e le ferite sanguinarono abbondantemente. La prova inconfutabile di ciò è data dall'abbondante impregnazione di sangue della camicia e al rinvenimento di essa in una zona appunto situata a circa 70 metri dal cadavere. Quest'ultimo elemento, data l'integrità dell'indumento, indica che fu la vittima stessa a togliersi la camicia dopo che con le braccia (risultate inzuppate anche esse di sangue) si era riparato il capo o comunque aveva tentato una difesa.
Quale fu il mezzo che produsse cosi vaste lesioni?
È a questo interrogativo che appare veramente difficile rispondere qualora si ipotizzi il solo bastone, premesso che certamente in quella prima fase non fu usata la tavoletta la quale era sul cancello di legno del Buttinelli a circa 70 metri di distanza (laddove fu poi rinvenuto il cadavere di Pasolini), e che quindi venne usata nella seconda fase dell'aggressione.
Sorge quindi con fondatezza l'ipotesi di un altro mezzo contusivo il quale abbia agito nella prima fase dell'aggressione.
Ma comincia a prospettarsi, a questo punto, anche l'ipotesi di un altro o di altri aggressori.
C'è da chiedersi infatti chi ha fatto uso dell'altro mezzo contusivo e, soprattutto, resta da spiegare l'assenza di tracce ematiche sulle superfici anteriori degli indumenti di Pelosi (tranne una macchia al polsino di sinistra della maglia) quali sarebbero dovute presentarsi fin da questa prima fase dell'aggressione che produsse certamente abbondante emorragia.
Non riteniamo di dover ricordare la notevole vascolarizzazione del cuoio capelluto, ma vogliamo soltanto far presente che quella emorragia, o comunque le lesioni che la produssero, ben difficilmente può far escludere l'interessamento di vasi arteriosi e quindi emorragie a "nappo".
Tali perplessità acquistano maggior valore, poi, quando si passa a esaminare la seconda fase dell'aggressione nella quale fu certamente fatto uso della tavoletta. Questo mezzo, infatti, fu usato di piatto e di taglio più volte, e certamente anche sul capo della vittima (in differenti zone della tavoletta erano presenti formazioni pilifere di Pasolini); esso è sì della lunghezza di 75 cm, ma su una delle superfici larghe presenta una intensa macchia di sangue con intrisi più capelli, il che fa ritenere un suo uso violento e quindi la sicura produzione di una emorragia a nappo che molto stranamente non ha mai attinto le vesti del Pelosi. E d'altra parte appare molto artificioso ipotizzare un'aggressione con mezzi contudenti operata ad arti sempre estesi!
In definitiva, che dalla scena del fatto delittuoso non possa escludersi la presenza attiva del Pelosi è dimostrato se non altro dalla macchia di sangue sul polsino della sua maglia e dalle macchie sul bordo inferiore del suo pantalone, ma che il Pelosi non fosse solo è quasi altrettanto sicuro per la modestia dell'imbrattamento delle sue vesti che lascia perplesso chiunque abbia una se pur modesta esperienza di lesività.
Non riteniamo, a tale proposito, necessario – pur riservandoci di farlo in determinate circostanze – produrre testi o lavori di criminologia e pubblicazioni fotografiche di polizia scientifica, ma vorremmo soltanto ricordare quelle situazioni di imbrattamento ematico diffuso che sogliono riscontrarsi nei sopralluoghi di ambienti dove la vittima è stata attinta al capo da mezzi contusivi. In definitiva, sono due gli elementi obiettivi più rilevanti che portano a prospettare come quasi certa la presenza di altri aggressori e l'uso di altri mezzi: la sproporzione tra il bastone di legno che produsse sicuramente ferite al cuoio capelluto e l'entità delle lesioni stesse; l'imponente emorragia verificatasi fin dalla prima fase della colluttazione e la modestia dell'imbrattamento ematico sulle vesti del Pelosi.
Un altro elemento, poi è insito in ognuna delle varie ipotesi che sono prospettabili circa tutta la dinamica del fatto, e cioè la assenza o meno di una reazione di Pasolini e quindi il verificarsi o no di una colluttazione.
È certo che Pasolini ricevette un violento trauma contusivo ai testicoli. Orbene, se tale trauma si verificò nella prima fase esso impedì a Pasolini ogni reazione lasciandolo alla mercè dell'aggressore e non permettendogli quindi, anche perché ripetutamente colpito al capo, di togliersi la camicia, di alzarsi e di percorrere da solo circa 70 metri; e l'aggressore, d'altra parte, avrebbe potuto continuare a infierire sullo stesso posto con lo stesso bastone fino a lasciare esanime la vittima. Se, al contrario e come pare più attendibile, il trauma contusivo ai testicoli si verificò nella seconda fase quando Pasolini cadde veramente esanime e fu allora alla mercè dell'aggressore che infierì con la tavola, allora appare davvero poco credibile che nella prima fase non vi sia stata una colluttazione tra vittima e aggressore, colluttazione durante la quale la vicinanza dei corpi rende veramente contraddittoria la constatazione che il Pelosi sia rimasto indenne da ampi imbrattamenti di sangue.
Dalle indagini di laboratorio è stato dimostrato che i residui ematici rilevati all'interno dell'autovettura di Pasolini, così come quelli presenti sulla canottiera del Pelosi, hanno le stesse proprietà gruppo-specifiche del Pelosi. Su questo dato obiettivo si possono avanzare soltanto due ipotesi: o il Pelosi ha partecipato a una colluttazione con Pasolini e allora egli non poteva essere solo perché troppo "pulito" come abbiamo detto prima; oppure la lesione alla regione frontale di Pelosi è stata prodotta in un momento successivo e verosimilmente per urto contro il volante quando, come all'inizio ricordato, egli fu violentemente "incastrato" alla guida dell'autovettura rubata, e condotta a forte velocità, da un'auto della Polizia. Comunque, in questa seconda ipotesi, torna a prospettarsi una assoluta mancanza di qualsivoglia reazione da parte di Pasolini e quindi la più che verosimile presenza di altre persone.
Ancora perplessità molto gravi desta la presenza di sangue di Pasolini, descritto dai Periti come «piccole e tenui incrostazioni», sul tetto dell'autovettura dello scrittore, e più precisamente in vicinanza del bordo del tetto stesso a livello della parte posteriore della portiera di destra.
Evidentemente anche per questo dato obiettivo si possono avanzare soltanto due ipotesi: o il sangue è stato "depositato" in quel punto direttamente da Pasolini stesso, o vi è stato "trasportato" indirettamente dall'aggressore. Nel primo caso – considerando l'altezza da terra del punto in cui erano situate le tracce ematiche e la presenza di una struttura metallica con bordo quasi tagliente quale lo sgocciolatoio – si potrebbe anzitutto ritenere che la testa di Pasolini vi abbia direttamente battuto durante la colluttazione, ma una tale ipotesi appare contraddetta dalla scarsità del sangue nonché dall'assenza di altri elementi biologici (capelli), quantunque a questo proposito non possa sottovalutarsi il lungo tempo intercorso tra i fatti e l'osservazione dell'auto da parte dei Periti.
Resta allora da considerare la possibilità – ancora nell'ambito della prima ipotesi – che durante l'aggressione Pasolini sia stato proiettato contro l'autovettura sì da urtarvi con le parti superiori del tronco e quindi schizzare sangue sul tetto dell'auto o che, sempre durante la colluttazione, Pasolini si sia venuto a trovare vicino alla propria autovettura e vi si sia appoggiato con una mano già imbrattata di sangue.
In tutte e due queste eventualità, però, viene a configurarsi una nuova dinamica dell'aggressione che non trova alcuna rispondenza nei racconti del Pelosi. Quest'ultimo, infatti, in tutti i suoi interrogatori ha sempre descritto una primissima fase di aggressività di Pasolini iniziata in vicinanza della rete di recinzione (a circa 20 metri cioè da dove era rimasta posteggiata l'auto) e poi sviluppatasi lungo un percorso di molti metri (50 circa in direzione del punto dove fu poi trovato il corpo di Pasolini) durante il quale sarebbe cominciata la sua reazione.
Orbene, dovendo considerare assolutamente inattendibile la versione fornita da Pelosi per l'assenza sul suo corpo e sulle sue vesti dei segni di così violente percosse, viene a ripresentarsi ancora una volta il "vuoto" nella prima fase, ovverossia torna l'interrogativo sulla successione esatta dei primi tempi e soprattutto si prospetta sempre di più l'ipotesi di una prima fase molto "movimentata" svoltasi in vicinanza dell'autovettura (presenza della camicia insanguinata, uso reiterato del bastone o comunque di un corpo contundente, sangue di Pasolini sul tetto della propria autovettura) e quindi l'ipotesi di una aggressione a opera di più persone, data sempre la scarsa verosimiglianza – per le ragioni prima riferite – di un primo susseguirsi di violenza del solo Pelosi contro Pasolini pressoché inerme.
Qualora, poi, si volesse ipotizzare un "trasporto" del sangue di Pasolini sul tetto della sua autovettura a opera di Pelosi, anzitutto ci si dovrebbe chiedere di nuovo come l'imbrattamento da sangue interessasse soltanto le mani dell'aggressore, e in secondo luogo perché egli avesse necessità di portarsi sul lato destro dell'autovettura.
Per concludere, l'esame approfondito di tutti i dati obiettivi (sopralluogo, interrogatori di Pelosi, reperti, bastone, tavola, vesti, lesioni di Pasolini) da una parte smentisce il racconto di Pelosi sulla dinamica di tutta l'aggressione, e dall'altra induce ad avanzare con fondatezza l'ipotesi che Pasolini sia stato vittima dell'aggressione di più persone।

Dopo 30 anni si riapre il caso Pasolini. Chi trucidò lo scrittore il 2 novembre del 1975 all'idroscalo di Ostia?



L'unico condannato dell'omicidio, Pino Pelosi, ritratta la confessione: ''Non ho ucciso io Pasolini''

Dopo 30 anni il ''caso Pasolini'' viene finalmente riaperto. Una riapertura che prende l'avvio da una dichiarazione straordinaria rilasciata da chi, trent'anni fa, si addossò tutte le responsabilità del delitto di Pier Paolo Pasolini e che non ha mai rivelato la verità - la sua verità - , su quello che successe la notte del 2 novembre 1975, all'idroscalo di Ostia.
''Non sono io l'assassino di Pier Paolo Pasolini''. Così ha confessato l'ex ''ragazzo di vita'' Pino Pelosi, detto Pino ''la rana'', alla giornalista Franca Leosini, ideatrice e conduttrice del programma televisivo ''Ombre sul Giallo'', in onda sabato scorso (7 maggio) su Raitre.
Una confessione che ribalta completamente la sua versione, rilanciando la nuova pista che gli inquirenti non hanno mai battuto ma che molti all'epoca dei fatti ipotizzarono.
Una pista mai battuta ma che in molti conoscevano ed ipotizzarono. Come Oriana Fallaci, che sulle pagine dell'Europeo, a 12 giorni dal delitto scrisse: ''Esiste un'altra versione della morte di Pasolini; una versione di cui probabilmente le forze di polizia sono già a conoscenza, ma di cui non parlano per poter condurre più comodamente le indagini...''.

Una confessione che arriva dopo 30 anni perché, ha detto Pelosi: ''Adesso sono solo, non ho più famiglia, i miei sono morti. Ho 46 anni e pago sempre per quell'omicidio... E poi perché queste persone saranno morte probabilmente''.
Persone che hanno ucciso Pasolini, quelle indicate Pelosi, senza un nome, persone che nell'accusa di trent'anni fa nei confronti dell'allora 17enne Pino ''la rana'' furono denominate ''ignoti''.
''Credo volessero dargli una bella lezione. Una cosa tipo tre mesi di ospedale. Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato anche a me. Gente come quella non si mette paura''. Così ha detto Pelosi nella trasmissione.
Paura che misero però a Pelosi, che temendo conseguenze per i propri familiari confessò di essere l'autore dell'omicidio, e senza mai ammettere la sua verità scontò i nove anni di carcere, uscendo in semilibertà dopo sette।

Uomini, senza nome che Pelosi dice di non aver mai visto prima. Gente senza scrupoli con l'accento del sud, siciliani o calabresi, che minacciarono di morte lui e la sua famiglia.
All'epoca dei fatti però, dei possibili nomi qualcuno li aveva fatti: l'avvocato Nino Marazzita, che difendeva Pelosi e che nonostante la sua confessione, chiese la riapertura del caso citando come teste chiave l'ex appuntato dei carabinieri Renzo Sansone, che aveva condotto le indagini. Sansone nel 1975 disse: ''Pelosi non era solo. Con lui c'erano anche i fratelli Borsellino di Catania, furono loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano lì''. Ma Pelosi insistette: ''No, ero solo quella notte. Sono dei bugiardi, vogliono farsi pubblicità alle mie spalle, prenderò provvedimenti''.
A non credere alla versione di Pelosi, trent'anni fa, Gianni Borgna, che negli anni Settanta era segretario della Fgci romana: ''Sono sempre stato convinto che Pelosi non c'entrasse nulla: è stato costretto con le minacce ad assumersi la responsabilità del delitto che fu commesso da altri. E non penso ad un movente strettamente politico'', ha detto Borgna, che pronunciò la commemorazione solenne ai funerali dello scrittore.
La nuova confessione di Pelosi non meraviglia il regista Marco Tullio Giordana, autore di un libro sulla vicenda e del film ''Pasolini, un delitto italiano'', che nel 1995 fece tanto discutere e riaprire l'inchiesta, poi chiusa senza nulla di nuovo. ''Penso che Pelosi - ha detto il regista - sia stato un semplice spettatore del delitto: i veri esecutori lo costrinsero ad assumersi la responsabilità perché all'epoca era minorenne e avrebbe avuto una condanna meno severa''. Il regista afferma, inoltre, di avere avuto le confessioni di alcuni testimoni che però non furono disposti a ripeterle in tribunale e che per evitare polveroni e polemiche non inserì nel sul film.

E dopo le rivelazioni di questi giorni, la Procura della repubblica di Roma, che in un primo momento aveva detto ''sarebbe stato impossibile riaprire l'inchiesta sul ''caso Pasolini'' con le sole dichiarazioni rilasciate in un intervista'', ha cambiato rotta ed entro domani mattina aprirà un fascicolo intestato ''atti relativi a...'', ossia senza ipotesi di reato e senza indagati.
La decisione è del procuratore dirigente Giovanni Ferrara e a seguire gli sviluppi sarà il procuratore aggiunto Italo Ormanni.
Il fascicolo raccoglierà per il momento gli articoli di stampa, la memoria che l'avvocato Nino Marazzita già parte civile nel processo contro Pino Pelosi presenterà domani alla procura nonché le testimonianza dello stesso Pino Pelosi e del regista Sergio Citti che ieri in una intervista pubblicata da un quotidiano romano ha detto tra l'altro ''So chi ha ucciso, Pelosi fu l'esca''.
I due saranno poi convocati in procura per essere interrogati.




martedì 12 agosto 2008

Approfondimenti - Gli Amici Di Pasolini

Laura Betti
1° maggio 1927-31 luglio 2004

La "giaguara" e P.P.P.

In una famiglia così “borghese” come quella di Teorema (1968), film tra i più discussi di Pasolini, la serva Emilia è l’unica a non essere borghese, ed è la sua non appartenenza alla classe “senza salvezza” a riservarle la metamorfosi meno sofferta; affrontare l’incontro con il “sacro” d’istinto, “con la logica arcaica del mito” e rivelarne infine la santità. Non a caso un ruolo così emblematico per l’opera di Pasolini è affidato a Laura Betti.

Il rapporto tra il regista e l’attrice arriva qui all’apice di un sodalizio che dura in realtà fin dai primi esperimenti in campo teatrale di Pasolini. L’incontro tra i due avviene nel ‘56 e coincide per Pasolini con la ripresa dell’attività drammaturgica dopo i tentativi giovanili. Il legame con Laura Betti è più di una felice adattabilità ai ruoli spesso difficili che Pasolini le ritaglia; come lui la Betti si muove su percorsi originali, in contesti diversi e provocatori. Da Bologna, dove è nata, a Milano e a Roma, Laura Betti si esibisce come cantante jazz, per debuttare nel ‘55 nel teatro (ne I Saltimbanchi con Walter Chiari e nel Cid di Corneille con la compagnia di Enrico Maria Salerno). L’anno successivo entra nella compagnia Brignone–Santuccio, con cui prende parte a Il crogiuolo di Miller con la regia di Luchino Visconti.

Ma è cantare il modo d’espressione più originale per la Betti. La “giaguara”, che in quegli anni si impone sulla scena come “la cantante degli scrittori” (nello spettacolo Giro a vuoto, del 1960, la Betti interpreta canzoni con testi, tra gli altri, di Calvino, Bassani, Soldati, Flaiano, Moravia e dello stesso Pasolini) è per Pasolini la chiave per un approccio a un teatro in grado di tenere vivo un fermento che la produzione ufficiale non riesce neanche ad esprimere. La Betti è testimone e partecipe della metamorfosi del linguaggio pasoliniano dalla parola scritta alla 'parola orale'. Italie Magique, il dramma umoristico sulla crisi delle ideologie, verrà scritto per lei e molti sono i progetti, non realizzati, che testimoniano il sodalizio tra i due.

Al teatro seguirà, appunto, il cinema. Ne I racconti di Canterbury la Betti è la donna di Bath che sintetizza con la sua 'volgarità' tutto lo sparlare moraleggiante dei personaggi di Chaucer. Ne La ricotta interpreta uno dei due poli entro cui tutto il film si svolge, ma questa volta non è il personaggio proletario, ma l’altrettanto inconsapevole Diva del cinema. Ed è ancora la Betti la buffa Desdemona in Che cosa sono le nuvole?. Frequente è poi l’uso della sua voce, che già aveva attratto Pasolini ai tempi di Giro a vuoto. È suo il dopppiaggio della Signora Vaccari in Salò e di Madame Klotz in Porcile.

Questa fittissima collaborazione, che può risolversi anche in dei piccoli “cammei” (la turista in La terra vista dalla luna) dimostrano senz’altro un debito reciproco di lucidità e capacità d’espressione. Il sodalizio artistico tra Laura Betti e Pierpaolo Pasolini è il sodalizio di due anime in rivolta e la memoria che l’attrice ha continuato tenacemente a tener viva con numerose iniziative - dall'istituzione del Fondo Pasolini al suo film, La ragione di un sogno, presentato al Festival di Venezia 2001 - ci offre un altro spunto per ammirare un’artista che ha continuato a rappresentare quella amara consapevolezza della realtà che la morte di Pasolini ha lasciato troppo spesso in ombra।

Sergio Citti
Si è spento all’alba Sergio Citti. Il regista è spirato intorno alle 6 di mattina in un ospedale di Ostia dove era stato ricoverato venerdì scorso per un episodio di insufficienza respiratoria.

Stretto collaboratore di Pier Paolo Pasolini in quasi tutti i suoi film, Citti era nato il 30 maggio 1933 a Fiumicino (Roma). A metà degli anni ‘50, aveva esordito come consulente per il dialetto romanesco per il Pasolini scrittore, per i suoi romanzi d'esordio “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”. Dal 1959, lavora per il cinema con Federico Fellini (collaborazione ai dialoghi di “Le notti di Cabiria”), Mauro Bolognini (“La notte brava” e “'La giornata balorda”), Franco Rossi (“Morte di un amico”) e Bernardo Bertolucci (“La commare secca”). Diviene appunto stretto collaboratore di Pier Paolo Pasolini. Dopo la collaborazione ai dialoghi per i film “Accattone” (1961) e “Mamma Roma” (1962) dei quali è protagonista il fratello Franco, Citti diviene aiuto regista nei lavori successivi del regista e pota friulano:

Nel 1970 Citti, con la supervisione di Pasolini, dirige “Ostia”, rivelando una spiccata personalità. Se ne ha conferma in “Storie scellerate” (1973). Dopo aver scritto e sceneggiato insieme a Pupi Avati "Salò o le 120 giornate di Sodoma"(1975) ultimo film diretto da Pasolini, collabora nuovamente come dialoghista per “Brutti, sporchi e cattivi”(1975-‘76) di Ettore Scola, tragicomico ritratto delle borgate romane.

Con “Casotto” (1977) torna alla regia e all’analisi del degrado sociale di Roma e del litorale laziale, i un film corale, con numerosi protagonisti maschili (Citti, Croccolo, Davoli, Placido, Proietti, Stoppa, Tognazzi) e femminili ( Carabella, Deneuve, Foster, Melato). Dopo l’uscita di “Due pezzi di pane” (1979), realizza due film per la Rai, “Il minestrone” (1979), con Benigni, Davoli e Gaber, di cui è protagonista il fratello Franco, e "Sogni e bisogni"(1985).

Dopo alcuni anni di assenza torna dietro la macchina da presa con “Mortacci” (1989), curiosa storia a episodi ambientata in un cimitero, ispiratagli da Pasolini anni prima, durante una chiacchierata in macchina, cui segue il film “I magi randagi” (1996), grazie al quale vince il “Nastro d'Argento 1997” per il miglior soggetto. Il film è derivato da “Porno-Teo-Kolossal”, un soggetto originale che Pasolini avrebbe voluto realizzare trent' anni prima.

Nel 1998 dirige, insieme al fratello Franco “Cartoni Animati”, ideale proseguimento di “Miracolo a Milano”(1950) di Vittorio De Sica, con protagonista Fiorello, dove i cartoni del titolo sono quelli che fanno da scudo protettivo a una comunità d'emarginati. Nel 2000, realizza “Vipera”, scritto con Vincenzo Cerami, ennesima storia di degrado sociale, con protagonisti gli strati più bassi della società. Dopo la partecipazione nel 2001 come attore al film denuncia sulla morte di Pasolini, “Pier Paolo Pasolini: La ragione di un sogno”, diretto da Laura Betti, torna alla regia nel 2005 con il film "Fratella e sorello".
















Approfondimenti - Il Pensiero Di Pasolini

PASOLINI E LA SOCIETA'

Pasolini alla Tomba di Gramsci (www.pasolini.net)

Gli anni della speranza (1942-1962)

Cominciò a pensare attivamente alla società, al suo possibile miglioramento, dall'età di vent'anni. Nei primi anni della seconda guerra mondiale, studente di lettere, sognò una evoluzione morale e sociale dell'Europa sotto l'impulso educativo dei letterati, soprattutto italiani della sua generazione. Allora non si ribellò esplicitamente al fascismo, ma pubblicò su riviste parlando della sua avversione alla propaganda culturale fascista, che pretendeva che tutti - quindi anche i letterati - benedicessero pubblicamente la guerra in corso.

Non voleva agire da uomo di cultura organico al regime. Era consapevole della necessità della solitudine del singolo letterato, che attraverso un faticoso percorso di autoconoscenza, potesse elevare sé e di conseguenza l'intera società, non solo italiana, ma addirittura europea. Non un solo letterato, si intende, ma un certo numero di individui sensibili, coscienti e responsabili, e soprattutto entusiasti.

Tra il '46 e il '47, ormai finita la guerra, si batté per l'autonomia del Friuli, soprattutto a motivo della lingua, aspirando a una promozione del friulano da vernacolo a lingua. Ovviamente non gli passò mai per la mente l'idea separatista, anzi voleva che il Friuli diventasse regione autonoma perché raggiungesse una maggiore consapevolezza dei suoi valori e tradizioni, non solo per sé ma anche in vista di un contributo a un eventuale futuro federalismo europeo. Quindi egli era per il decentramento nazionale e l'accentramento supernazionale (l'Europa unita).

Nonostante i comunisti lo attaccassero, non condividendo la tesi autonomista per il Friuli (giacché temevano una sua chiusura con conseguente vittoria della borghesia locale reazionaria e clericale), nel '47 si iscriveva al partito, per una lotta più efficace a difesa delle classi povere e perché convinto che solo il comunismo potesse fornire in quel momento storico una nuova cultura "vera".

Mi pare doveroso chiarire meglio che Pasolini era, grazie alla sua personalità liberissima, al di sopra di ogni ideologia, quindi anche di quella comunista, e che il suo preferire questa ad altre e, molti anni più tardi, la simpatia per i radicali (pur continuando a dichiararsi marxista sia pure non ortodosso), nascevano dalla comprensione di quale fosse la strada migliore a livello politico (e non solo politico) da intraprendere giorno dopo giorno, senza il timore della contraddizione, perché la Realtà è mutabile e irriducibile a qualsivoglia ideologia. Costante rimase sempre l'amore disinteressato per la vita.

In alcuni articoli del '47 e '48, quando insegna alla scuola media di Valvasone, ha modo di occuparsi anche di pedagogia e didattica: capisce che i bambini non sono, come erroneamente si ritiene, dei puri di cuore, anzi sono moralmente molto inquieti: quindi l'insegnante non è al loro cuore vulnerabile che deve rivolgersi, bensì alla curiosità, attivandola e dirigendola verso i fini dell'apprendimento. Sarà inutile qualunque predica morale, perché i ragazzi la accoglierebbero solo superficialmente e ipocritamente: vale più il tacito esempio, il coinvolgimento anche di tipo morale ma in forma implicita. La repressione degli istinti è dannosa: il bambino o il ragazzo deve scoprire in sé quale è la sua vocazione più autentica e farla diventare una passione fine a se stessa. Non sono le cose semplici che incuriosiscono il discente ma, al contrario, le difficoltà che affinano in lui il senso critico e determinano la caduta degli idoli, che altrimenti lo renderebbero un adulto conformista e represso.

Ritiene assurda l'obbligatorietà dell'insegnamento della religione nelle scuole, perché la religione è conquista anche sofferta del singolo, non un acquisto aprioristico e quasi imposto.

Una grande funzione morale ed estetica può avere la poesia insegnata a scuola, purché sia veramente e storicamente compresa, ed inoltre stimoli la coscienza linguistica del ragazzo. In una poesia il poeta esprime i suoi sentimenti, quindi chi la legge deve capire il meccanismo formale che conduce dalla introspezione alla espressione. Inoltre ogni approfondimento sentimentale porterà a uno linguistico, e viceversa, così il ragazzo potrà discostarsi dalle abitudini e dagli istinti e accorgersi meglio di sé e del suo ambiente.

Negli anni successivi, ormai a Roma con la madre, diviene famoso come scrittore, poeta e sceneggiatore. Così assume un ruolo guida, ancor giovanissimo, tra gli intellettuali impegnati della capitale.

Ha un fiuto incredibile delle novità sociali, pur non avendo fatto grandi letture sociologiche, quindi si accorge presto della mutazione in seno al capitalismo italiano, che diviene al tempo stesso più illuminato ma anche più duro da combattere, perché tende ad attrarre a sé strati di proletari progrediti e della borghesia progressista. Eppure il divario tra ricchi e poveri del mondo aumenta, e in Italia il Nord è industriale e ricco mentre il Sud agrario e depresso economicamente.

Il neocapitalismo si serve della televisione per intontire le menti dei più poveri, allettandoli con programmi stupidi; infatti i sottoproletari non hanno la cultura per poter seguire programmi istruttivi, i quali elevano il grado di conoscenza solo degli strati medio-alti, che per il fatto di essere classe dominante, della cultura hanno l'idea di passatempo estetico o erudito.

Sin dal '59, Pasolini invita il partito comunista a rinnovare i metodi di lotta anti-borghese, divenendo sempre più il "partito dei poveri". Sprona gli intellettuali ad essere liberi, come scrittori, da ogni pressione politica, anche di sinistra.

Nello stesso anno si occupa del fenomeno dei "teddy boys" cioè i giovani teppisti che imperversano nelle città del Nord e provengono dagli strati della borghesia. Li considera dei ribelli anarchici che contestano malamente il potere reazionario e conformista dei loro genitori, malamente perché spesso se la prendono con omosessuali e prostitute, rivelando così l'inconscia matrice moralistica della loro ribellione. Al Sud invece i ragazzi che delinquono - almeno in quegli anni - lo fanno a causa della estrema povertà, in cui i borghesi agrari e i professionisti loro alleati mantengono una larga fetta della popolazione.

Per combattere la criminalità non bisogna seguire la strada della repressione punitiva ma quella delle riforme sociali ed economiche, perché a causare la criminalità è la società stessa.

Al poeta sfugge di usare il termine "banditi" riferendosi a un paese della Calabria (Cutro), e scattano polemiche e una denuncia per diffamazione a mezzo stampa. Ma lui sa difendersi in modo esemplare, affermando che ha usato quel termine in senso etimologico, perché effettivamente i poveri sono bandìti (cioè emarginati) dalla classe dominante che li sfrutta e li costringe indirettamente al crimine. Nel '60 la nuova amministrazione comunale di Cutro ritira la denuncia.

Qualcosa sta cambiando nel Paese, ma esso resta sostanzialmente legato alla morale repressiva: le donne non parlano esplicitamente di sesso ma solo di amore, matrimonio e fidanzamento. Pasolini scrive sul giornale «Vie Nuove», rispondendo a un lettore nella rubrica «Dialoghi con Pasolini»:

"Nel campo sessuale le caratteristiche «sentimentali» dell'uomo e della donna sono diverse. In parole molto semplici: il maschio è caratterizzato dalla ricerca, la femmina dall'attesa. E' difficile immaginare una ragazza che, montata in lambretta, vada in cerca di maschi, come è difficile immaginare un giovanotto che passi la domenica seduto sul muretto del ponticello ad aspettare che delle femmine lo cerchino."

Chiunque oggi comprende come la situazione sia poi decisamente mutata da come è descritta qui sopra. E se ne sarebbe accorto lo stesso Autore qualche anno più tardi.

Invita i marxisti a non sottovalutare il problema della irrazionalità, che essi identificano erroneamente con l'irrazionalità storica del decadentismo. Il realismo lo porta invece a capire che l'irrazionale è una componente ineliminabile dell'essere umano, e che tale componente si storicizza in modo diverso a seconda della società in cui si vive. Occorre una opera di trasformazione delle contraddizioni e delle passioni da maledette in benedette, attraverso una analisi razionale dell'irrazionale (se mi è consentito il gioco di parole). Solo ciò che resta oscuro e viene rimosso o represso, è maledetto.

Dice ancora ai suoi compagni marxisti: noi abbiamo l'arma della ragione da opporre all'irragionevole violenza e menzogna degli avversari, che sono tanto deboli sia criticamente che razionalmente, quanto forti poliziescamente. Non poteva ancora prevedere che la classe dominante avrebbe usato l'arma peggiore (l'edonismo consumistico) per attrarre a sé l'intera umanità.

Denuncia la malafede e la faziosità dei giornalisti borghesi, che non servono la verità ma solleticano i peggiori istinti di massa, descrivendo un evento o un personaggio di successo, con sadico cinismo. Se guardiamo infatti un cinegiornale del tempo o sfogliamo un rotocalco di quegli anni '60 ancora legati, sia pure ipocritamente, ai valori di Patria, Chiesa, Famiglia, ci accorgiamo che un uomo mite e schivo come Pasolini viene dipinto invece come un vizioso dedito alla vita mondana. Non pare assurdo ipotizzare che la sua morte fosse in qualche modo necessaria per dare un senso autentico a quella esistenza continuamente perseguitata dal Potere e dalla Società, per farlo conoscere nella sua verità a noi lettori a lui grati. Sbaglia forse chi piange eccessivamente sulla sua fine prematura (anche se comprendiamo le ragioni affettive di un lutto sentito) perché se Pasolini non fosse morto in quel modo atroce, sarebbe stato forse ancora frainteso.

Il 1961 lo vede protestare pubblicamente contro la censura di Stato. Gli sembra una illecita intromissione quella dei cardinali che scrivono una lettera agli organi dello Stato affinché questi censurino certa cinematografia che al Vaticano non aggrada. La religione ufficiale non è che conformistica ritualità: per la società che sta scoprendo il benessere, il Natale è il panettone, la Pasqua la colomba: non la nascita, non la passione di Cristo. Uno spirito religioso autentico cercherà una nuova luce altrove, nella lotta per un mondo dal volto finalmente umano. La Chiesa e lo Stato fanno opera di repressione (usando armi spesso subdole), quando invece dovrebbero farne una di educazione, attraverso persuasione e collaborazione in spirito democratico.

Anche la sua scelta comunista ha una origine etica ed evangelica: perché mai un borghese dovrebbe tradire la sua classe, se non per un profondo sentimento populista? E Salinari lo accusa proprio di "populismo", inteso però nel senso peggiore, come contrapposizione del popolo contadino alle aristocrazie operaie impegnate nella lotta di classe. Niente di più sbagliato, gli risponde il nostro: il suo populismo va inteso invece come quello di un marxista che ama il popolo di un amore preesistente al marxismo stesso, e in parte al di fuori di esso (di qui la sua simpatia anche verso il partito socialista e più tardi quello radicale).

In un momento in cui il neocapitalismo tende a comprare la classe operaia attraverso le tentazioni di una vita quasi borghese, il sottoproletariato meridionale potrebbe - suggerisce Pasolini al partito comunista - rappresentare una massa vergine e matura per una lotta di classe anche nel rassegnato Meridione, una lotta da affiancare e non contrapporre a quella operaia.

E' sempre stato antistaliniano, anche quando Stalin non era messo in discussione se non da pochi spiriti critici. Non gli perdona le repressioni, le ingiustizie, i campi di concentramento.

Lo spirito critico (e quindi libero) è il solo che dà a un uomo la possibilità di sfuggire alla perdita degli ideali e all'asservimento alle istituzioni, scegliendo la via, al contrario, di "una esercitazione puntigliosa e implacabile dell'intelligenza".

Riprendendo, sempre nel '61, l'argomento "sessualità", dice che non è lo sfogo dei sensi a rappresentare un pericolo: il sesso fine a se stesso non è una cosa sporca (anche se, come in tutti gli appetiti naturali, occorre misura e forza di volontà, per non fare del male a se stessi e soprattutto agli altri).

Parlando del fratello Guido, dice che la sua morte eroica e complessa (fu ucciso infatti da comunisti filoslavi, e non dai nazisti) è la molla che lo obbliga a seguire la strada di un impegno assoluto, senza alcun cedimento o compromesso o viltà.

Se ci pensiamo è proprio così: noi abbiamo bisogno di esempi del passato, per essere del tutto liberi e indipendenti nel presente. Per questo Socrate non fuggì da Atene e bevve la cicuta, Cristo metaforicamente il suo calice amaro e in modo analogo tutti i loro simili. Più spesso non bastano questi esempi di "grandi martìri", occorrono anche "piccoli martìri" che ci tocchino nel profondo degli affetti.

Nel 1962, prendendo spunto da un fatto di cronaca nera della capitale, Pasolini scrive e pubblica che se un giovane borghese, per difendere la proprietà della sua famiglia, uccide a pistolettate un altro giovane, ladruncolo sottoproletario, il primo uccide per una ideologia razzista che gli impedisce di comprendere l'altro mondo, quello dei sottoproletari che rubano sostanzialmente per fame.

Stampa e avversari di ogni tipo continuano a perseguitarlo, e lui scrive innocentemente che per difendersi ha due forze "potenti": buonafede e innocenza.

Molti bussano alla sua porta per chiedergli aiuto materiale, e come può li ascolta e li aiuta, ma tanti gli chiedono anche di scrivere su innumerevoli casi italiani di gravità sociale. A questi risponde:

"Ma come faccio? Tutti voi dovreste capire che descrivendo un «caso» italiano di miseria, di ingiustizia, intendo in esso simboleggiare, sintetizzare, tutti gli altri casi analoghi. Che, lo so, sono infiniti, nella nuova Italia del benessere che si avvia, con penosa baldanza, sulla strada della socialdemocrazia (se tutto va bene!)."

Come si intuisce da queste parole, la speranza comincia ad incrinarsi.

A chi gli contesta l'ispirazione cristiana, affermando che il cristianesimo ha fatto "sempre" gli interessi dei potenti, predicando la rassegnazione, lui distingue tra la rassegnazione del cristianesimo delle origini, arma potentissima di mitezza e non-violenza che ha rovesciato un impero basato su una economia schiavistica, e la rassegnazione vaticana contemporanea, mostro di passività, ignoranza e reazione, l'esatto contrario della mitezza predicata e incarnata da Cristo. "Basta leggere i feroci, battaglieri, faziosi articoli dell'«Osservatore Romano» per convincersene."

Vede un nuovo fascismo serpeggiare nella società italiana, addirittura come codificazione del fondo brutalmente egoista di questa, per cui la cattiveria diventa normalità।

PASOLINI E LA SOCIETA'

Pasolini nel 1975 (www.pasolini.net)

Delusione e "disperata vitalità" (1963-1975)

Ho dovuto decidere su quale anno fosse da porre come inizio della disperazione pasoliniana. La scelta è caduta sul 1963, a motivo di queste drammatiche espressioni:

"Facciano scoppiare le atomiche o giungano alla completa industrializzazione del mondo, il risultato sarà lo stesso: una guerra in cui l'uomo sarà sconfitto e forse perduto per sempre."(1)

"Si produrrà e si consumerà, ecco. E il mondo sarà esattamente come oggi la Televisione - questa degenerazione dei sensi umani - ce lo descrive, con stupenda, atroce ispirazione profetica."(2)

Quanto sia oggettiva questa previsione senza luce di speranza e quanto invece derivi dalle ragioni poetiche particolari di lui, non posso, almeno per ora, nemmeno chiarirlo a me stesso. Quel "forse" di cui alla citazione n. 1, lascia intendere che una pur difficile via di salvezza è ancora possibile, purché si abbia il coraggio di mettersi in crisi e accettare umilmente il dolore (composto a volte di solitudine ed emarginazione) in vista della propria crescita umana e culturale.

Il 1964 è un anno speciale per il nostro, che a motivo del suo film sul Vangelo di Matteo, auspica, attraverso dibattiti in giro per l'Italia e il dialogo con i lettori della rivista «Vie Nuove», la necessità di un incontro democratico tra cattolici non clericali e marxisti non dogmatici. Figura di riferimento è naturalmente Papa Giovanni, che grazie alla sua cultura ha saputo avere uno sguardo non autoritario sul mondo e sugli uomini, che non vanno perciò distinti in assolutamente buoni o assolutamente cattivi.

Il marxismo, peraltro, può superare la necessità filosofica dell'ateismo, necessità che nasceva dal positivismo, ma che ora non ha più motivo d'essere perché la scienza ha superato lo stesso positivismo. Il marxismo non deve essere cristallizzato in un sistema fisso e dogmatico. Se così fosse, sarebbe la copia atea del dogmatismo clericale.

Tuttavia Pasolini è pessimista riguardo al futuro, perché ritiene che i dirigenti comunisti non si sono accorti in tempo della svolta neocapitalistica della borghesia, che tende a borghesizzare e disumanizzare il mondo, rendendo gli uomini degli automi. Gramscianamente parlando, i neocapitalisti non sono classe dominante, ma qualcosa di peggio, cioè classe egemone, perché si pongono come centro culturale con la nuova lingua tecnocratica che uccide l'espressività in nome di una spietata strumentalità. Ce ne accorgiamo benissimo: tutto è merce, gli stessi individui sono merce da sfruttare. Questa disperazione però lascia spazio alla speranza che prima o poi, fosse anche nel corso di secoli, gli uomini ritrovino la loro libertà autentica che è nell'espressività, cioè nei sentimenti veri, non indotti dalla cultura di massa.

Per questo vede - alla metà degli anni '60 - l'alleanza tra cattolici progressisti e marxisti non dogmatici, come uno dei mezzi possibili per lottare contro il materialismo (in senso volgare) ateo, cinico e disumanizzante alla base del neocapitalismo, sintesi di tutto ciò che è condannato dal Vangelo.

Insistendo sul tema della crisi del marxismo, suscita le ire di suoi avversari intellettuali o semplici lettori, che lo accusano di essere un letterato decadente che non conosce nemmeno i primi elementi del marxismo. I toni usati da quegli avversari sono aspri e denigratori, l'ennesimo capitolo di una persecuzione, che è poi quella che lo ferisce di più giacché proviene da persone di sinistra.

A una ragazza che gli scrive su «Vie Nuove» di voler studiare all'università ma non avere i soldi per farlo, risponde:

"Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura."(3)

Nel '66 prepara con Moravia una nuova serie della rivista «Nuovi Argomenti», finalizzata a chiarire la crisi del marxismo e prospettare le possibili soluzioni ad essa, cercando pure di rifondare la cultura marxista.

In una intervista di Oriana Fallaci, durante una visita a New York, dice che ha ancora delle speranze, ma che queste gli vengono ora non dall'Europa, bensì dagli Stati Uniti, dove si è accorto che gli uomini sono idealisti pur nel loro pragmatismo; inoltre la Nuova Sinistra americana, gli studenti politicamente impegnati per l'emancipazione dei neri, promettono bene: a suo parere, essi non sono né comunisti né anticomunisti, ma mistici della democrazia, vogliono portarla cioè sino alle estreme conseguenze.

Cominciando ad occuparsi del fenomeno "televisione", comprende che vengono accettati nel circuito televisivo solo gli imbecilli e gli ipocriti. La regola è dire fesserie o saper mentire. Se a dibattiti in Tv sono invitati degli intellettuali, anche buoni come Moravia o Attilio Bertolucci, questi devono tacere, non dire ciò che realmente pensano, perché altrimenti verrebbero danneggiati nei loro interessi di letterati.

Nel '67, riguardo la Guerra dei Sei Giorni tra Israele e alcuni Stati arabi, il nostro è dalla parte di Israele, il cui Stato è minacciato dal fanatismo musulmano.

Il neocapitalismo minaccia il mondo della cultura. Pasolini, nel '68, ritira per protesta il suo romanzo Teorema dal Premio Strega, ormai dominato dalle clientele editoriali. Si batte insieme ad altri registi per l'autogestione della Mostra del Cinema di Venezia, ma il Governo interviene con la polizia. Ovviamente il potere, che è cinico ed egoista, ha paura di ogni tentativo di democrazia reale e diretta.

Contro gli studenti che a Roma si scontrano con la polizia, il primo marzo 1968, presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Roma, scrive la famosa poesia Il Pci ai giovani!! che tante polemiche suscita in seno agli intellettuali di sinistra e al Movimento Studentesco: egli sostiene che gli studenti sono dei figli di papà, la loro è una finta rivoluzione, in realtà è la borghesia stessa che per autoperpetuarsi si punisce attraverso loro, che ormai appartengono al mondo del benessere consumistico: disprezzano la vera cultura, sono dei moralisti che aspirano al potere. Simpatizza invece per i poliziotti, essi sì figli di poveri, anche se resi "sicari" del mondo del potere. Insomma, una provocazione, con cui l'Autore dà ai giovani studenti contestatori un metaforico pugno nello stomaco, affinché nasca in loro una coscienza critica. Li invita infine ad occupare le fabbriche e le sedi del Pci.

Solo Moravia ammette di pensarla come lui ma di non averlo detto perché uno scrittore deve prendersi i suoi tempi e non scrivere a caldo, come invece è tenuto a fare un poeta.

Pasolini parla anche di quello che gli appare come "fascismo di sinistra", composto di taluni militanti e intellettuali marxisti (moralisti e borghesi) che creano un alone di terrore e ricatto intorno a chi non la pensa come loro, soprattutto nei confronti di intellettuali liberi da dogmi sia pur laici.

Gli spiriti liberi sono sempre perseguitati, perché non hanno accettato alcun potere: vedi il caso Braibanti, l'intellettuale omosessuale condannato per plagio, oppure, in campo cattolico, Padre Arpa, accusato di truffa, colui il quale ha difeso la Dolce Vita di Fellini contro le gerarchie ecclesiastiche.

La droga diventa fenomeno di massa e Pasolini osserva che chi si droga lo fa per mancanza di cultura, per riempire un vuoto esistenziale, per un generale senso di "paura del futuro". Comunque è contrario ad ogni forma di repressione: la tossicomania è da tollerare come la pornografia, anche se entrambe sono fenomeni negativi.

Nel 1969 il dodicenne viareggino Ermanno Lavorini viene rapito a scopo di estorsione da un gruppo di ragazzi monarchici, che lo uccidono; arrestati, depistano le indagini parlando di un giro di prostituzione maschile e segnalano, tra gli altri, Adolfo Meciani, che si suiciderà in carcere. Viene quindi scoperta l'infondatezza delle loro accuse e Pasolini se la prende con gli investigatori e i giornalisti, che per accontentare il gusto di linciaggio dell'italiano medio, hanno enfatizzato la figura di "mostro" del diverso di turno, capro espiatorio di una società repressa e repressiva, essa sì "mostruosa".

Quando viene scoperta la verità, è messo a tacere tutto sui giri di prostituzione viareggini, perché sono implicati, come in ogni altra città d'Italia, personaggi eminenti di ogni classe sociale, partito, fede.

In Sicilia, a Zafferana, Pasolini fa parte della giuria che assegna il Premio Brancati al libro di Michele Pantaleone Antimafia: un'occasione mancata, coraggiosa denuncia contro il potere mafioso. Il premio viene contestato dai giornali fascisti e ignorato da quelli di sinistra.

Prevede ormai l'imborghesimento di tutto il mondo, per cui il problema sarà sempre più quello di essere borghesi "buoni" e non borghesi "cattivi". I primi ovviamente sono socialisteggianti, amanti della cultura, contrari ad ogni forma di livellamento e di massificazione e di acculturazione. Anche il Terzo Mondo è destinato a diventare piccolo-borghese e industriale. Ciò che però resta indiscussa è l'impossibilità di una previsione certa sul futuro: quindi lui stesso ammette che ogni suo giudizio vale per il momento in cui lo dà.

All'estero, a Praga, il giovane Jan Palach si suicida dandosi fuoco come protesta contro l'oppressione sovietica in Cecoslovacchia. Pasolini dice che sul piano politico è stato un suicidio inutile e inopportuno in quanto strumentalizzato dalle forze reazionarie anti-comuniste; ma sul piano ideale, Jan ha fatto bene in quanto si è espresso col suo corpo come un eroe antico. E' ovvio che Pasolini è contrario alla politica violenta sovietica e critica inoltre la classe dirigente dell'URSS che ha deformato il mito comunista.

Assistendo per pochi minuti (di più non resiste) alle trasmissioni televisive come il Festival di Sanremo o Canzonissima, si accorge dell'involgarimento della società del benessere, la cui massa vive su un piano sottoculturale.

Invita l'organizzazione per la difesa del patrimonio artistico e paesaggistico nazionale «Italia Nostra», a far propri certi metodi di contestazione studentesca, per convincere gli uomini politici ad occuparsi una buona volta dei monumenti italiani, che invece sembrano destinati alla deturpazione. Chi non sente l'urgenza del "problema della bellezza" ed è utilitarista, è come se non amasse realmente la vita, la sua continuità.

Scomparsa la speranza in una rivoluzione comunista, a lui non resta che sorridere (con un male accettato umorismo) di cose che in passato lo avrebbero fatto arrabbiare e lottare (come l'involgarimento delle masse); si rifugia quindi nell'utopia, che gli permette di sopravvivere. I suoi messaggi morali o politici non hanno un contenuto fisso, ma sono "a canone sospeso", cioè riempibili, da parte dei destinatari, di significati diversi nel tempo e nello spazio. Essere rivoluzionari a parole o senza tener conto delle condizioni obiettive della società, significherebbe fare il gioco della controrivoluzione.

A chi lo accusa di misoginia, risponde che il suo difetto è semmai quello di rappresentare la donna solo nel suo lato angelico e di vedere in lei una esclusa come è anche lui stesso. Del resto, non è in grado di disprezzare nessuno completamente, etichettarlo con un giudizio definitivo, perché vede in ogni persona (e cosa e animale) un profondo sacro mistero. Per questo si scandalizza sempre più per l'assenza di senso del sacro nei suoi contemporanei.

Nel 1970 non è ancora evidente la trasformazione corporale degli operai e dei contadini, che ai suoi occhi appaiono ancora innocenti nel fisico, anche se parlano come gli studenti contestatari borghesi, cioè dicono frasi moralistiche, ricattatorie e terroristiche. La povertà costringe chi ne è vittima ad essere buono, anche se si tratta di un "picciotto" della mafia, che in quanto povero non ha alternative; del resto, gli stessi vertici della società che lo esclude a una vita onesta, sono collusi con i capi-mafia.

Società neocapitalistica e società comunista sono interscambiabili, ormai, in quanto distruggono con prepotente tecnicismo i valori e i monumenti tradizionali del mondo. Il passato, anche se crudele, rendeva più felici, con i suoi valori di semplicità e povertà.

Considera i carcerati non fascisti i veri contestatari della società del benessere: essi sì poveri e appartenenti alla classe dominata, mentre i giudici fanno parte della classe dominante. Non c'è ancora il Pasolini (quasi) totalmente pessimista del '75, che vede il male sia negli sfruttati che negli sfruttatori, il male come desiderio di possedere e distruggere.

Teme nel mondo una reazione di destra, favorita anche da certi estremismi di sinistra, che sono una forma di sottocultura borghese.

Disprezza il revival spiritualista, attraverso il quale giovani e meno giovani contestano apparentemente la società del benessere, mentre in realtà, con la loro sottocultura, fanno il gioco della reazione di destra.

Ai suoi occhi il connubio tra neoavanguardia e contestazione giovanile appare un "monstrum" fatto di moralismo, ricatto e terrorismo.

Nel luglio '70 alcuni rivoltosi democristiani e missini di Reggio Calabria provocano disordini perché come capoluogo della regione è stata scelta la città di Catanzaro: Pasolini, col solito acume, smaschera l'irrealtà di questo problema, che non ha alcuna attinenza con i reali bisogni della popolazione.

In Italia il popolo aspira a diventare piccolo-borghese, consumando i beni imposti dalla società del benessere e, quel che è peggio, abiurando ai propri valori tradizionali dialettali. Solo i napoletani resistono, ma la loro resistenza è votata al fallimento, perché è fatale che il mondo diventi totalmente industrializzato e involgarito per mezzo della cultura di massa. Moriranno i napoletani autentici e fedeli a se stessi e saranno sostituiti da altro tipo di cittadini, obbedienti al Potere neocapitalistico.

Nel '71 collabora, tacitando parte della sua coscienza, con alcuni militanti di «Lotta continua», a un anno dalla strage della Banca dell'Agricoltura di Milano; avverte i suoi nuovi amici che il pericolo maggiore per l'estrema sinistra è il moralismo. Presta anche il suo nome come direttore del giornale «Lotta continua» e verrà denunciato per reati di opinione.

Nel '72 osserva che la falsa liberalizzazione sessuale è giunta anche nell'Italia centro-meridionale. I ragazzi non si iniziano più tra loro e con le prostitute, ma vengono istruiti dalle ragazze secondo i valori del benessere piccolo-borghese neocapitalistico. Avere la fidanzata diventa un obbligo sociale, quindi spesso la si ha non per amore ma per farsi invidiare da chi non ce l'ha e per non passare per incapace o diverso.

L'eccesso sessuale, non associato ad interessi culturali, determina nevrosi nelle nuove generazioni. Il corpo della donna viene più che nel passato, strumentalizzato, ridotto a merce in televisione o sui giornali, e nei quartieri popolari una ragazzina fa l'amore anche con dieci ragazzi al giorno. Chi è diverso viene tollerato purché resti nel suo ghetto mentale e fisico: la permissività è la peggiore delle forme di repressione.

Tra il '73 e il '75 intensifica la sua attività di polemista nei confronti di società e mondo politico, affermandosi come il "Pasolini corsaro".

Accusa la magistratura di parzialità nelle indagini e nei processi. Quando ci sono per un crimine politico due piste, una che porta all'estremismo rosso, l'altra a quello nero, i magistrati italiani preferiscono, per tacita solidarietà di classe dominante, seguire la pista rossa. Gli appare chiaro che le azioni violente e delittuose dei fascisti sono dettate e calcolate nel cuore delle istituzioni, con freddo machiavellismo.

Occupandosi del fenomeno dei "capelloni" ricorda che nei primi tempi in cui comparvero, cioè ancor prima della contestazione del '68, poteva essere un fenomeno tutto sommato positivo, di silenziosa e anarchica protesta contro la società del benessere. In seguito capelloni sono diventati tutti, così che non si distinguono più militanti di destra da militanti di sinistra e c'è sempre il pericolo concreto, nelle manifestazioni comuniste o estremiste di sinistra, della presenza di agenti provocatori fascisti per nulla diversi nell'abbigliamento e nella fisionomia dai veri militanti.

Capelloni possono anche essere ormai dei piccolo o medio borghesi che testimoniano la loro moderna integrazione nella società del benessere.

Prevede che la Chiesa pagherà con la estinzione il suo pragmatico accordo col potere neocapitalistico, che la usa come usa anche i fascisti tradizionali, cioè per lotte storicamente ritardate. In effetti il nuovo Potere è del tutto irreligioso e non sa che farsene dei valori clerico-fascisti. Esso vuole una società di consumatori e basta.

Quindi la reazione di destra, nei primi anni '70, secondo lui ha due aspetti: 1) una lotta reazionaria contingente per l'affermazione del clerico-fascismo; 2) l'effettiva nuova e definitiva rivoluzione neocapitalistica in nome dell'edonismo consumistico e della cultura di massa (vengono così distrutti i valori popolari e umanistici); quindi in politica e in economia, il nuovo fascismo tecnocatico.

Nel '73 si ha un breve periodo di austerity, a causa della crisi petrolifera: Pasolini si illude che l'Italia potrebbe tornare indietro, seguire la via del "progresso" e non più dello "sviluppo", ma presto capisce che la società consumistica è irreversibile.

"Progresso" è per lui ciò che vorrebbero i lavoratori e gli intellettuali di sinistra, cioè un mondo a misura d'uomo, che rispetti tutti i valori culturali che rendono la vita basata non solo sull'utile ma anche sul bello. "Sviluppo" è invece l'industrializzazione totale del mondo, voluta dai cinici produttori di beni superflui e dagli inconsapevoli, ma non meno trionfanti, consumatori. Lo "sviluppo" è sempre di destra, anche se viene accettato pure dalla sinistra. Il "progresso" infatti resta un ideale astratto, perché tutti quanti vivono esistenzialmente come consumatori.

Ormai la repressione neocapitalistica l'ha avuta vinta sulle menti della massa dei giovani sottoproletari. Mentre prima erano fieri di avere una propria identità popolare e disprezzavano i "figli di papà", cioè gli studenti borghesi, adesso invece vogliono essere all'altezza di questi ultimi, e non riuscendovi (perché non hanno abbastanza denaro), diventano infelici e nevrotici, o spietati criminali. Prima possedevano, pur nell'ignoranza, il mistero della realtà; adesso vivono nella Irrealtà. Nessun potere mai in passato era riuscito ad attuare un simile genocidio di valori.

Cosa può salvare l'Italia dal diventare un Paese completamente nazista, se è vero che questi giovani cominciano a somigliare alle SS di Hitler? Una opposizione di sinistra efficace, una nazione onesta dentro la nazione disonesta. E inoltre una opposizione (culturale) alla cultura di massa. Velleitariamente Pasolini parla ancora di rivoluzione comunista, ma sotto sotto è consapevole che ci si dovrà sempre più accontentare del "potere meno peggio" dato dal compromesso storico tra democristiani e comunisti: la socialdemocrazia. Quanto a sé come persona, lui resta legato al mondo antico preborghese e preindustriale: per questo viaggia spesso nel Terzo mondo, dove ha ancora la possibilità di incontrare sguardi di autentica simpatia e felicità, pur nella miseria (ma è fatale che ogni uomo appartenga al tipo di cultura in cui si è formato; e la sua esperienza decisiva è stata tra i contadini friulani: non può abiurare a tale formazione).

Vede di buon occhio il movimento dei radicali, che stanno promuovendo nel '74 una serie di referendum per tentare di riportare una legalità democratica in Italia e per valorizzare i diritti civili, tra i quali spiccano divorzio e aborto. Su quest'ultimo, come vedremo più in là, Pasolini ha delle riserve.

La vittoria dei radicali sul divorzio è prevista dal nostro (più lungimirante evidentemente sia dei democristiani sia della Chiesa sia degli stessi comunisti). I potenti al governo e alla opposizione non si sono accorti che la gente è mutata antropologicamente e non è più attaccata ai valori tradizionali di Patria Chiesa Famiglia, bensì a quelli del benessere superfluo. E' il Potere consumistico che ha voluto la vittoria del divorzio, perché ciò rientra nel suo progetto di una dittatura che vuole ridurre tutti a edonisti di bassa lega.

La Chiesa sta scomparendo come figura istituzionale morale: resta solo un potere finanziario alleato dei potenti di turno. Paolo VI è consapevole di ciò, della fine della religione, ma non ha altro rimedio da consigliare che quello irrazionale della preghiera. Invece, secondo Pasolini, la Chiesa dovrebbe rinunciare al potere e diventare guida dell'opposizione a questo tipo di società disumana che è la società dei consumi superflui. Dovrebbe ritornare alle origini, al tempo della predicazione di Cristo e dei suoi discepoli. Dovrebbe rinunciare alla sua cultura assolutista e abbracciare la cultura libera e antiautoritaria, in continuo divenire, contraddittoria, collettiva e scandalosa. Dovrebbe rifiutare il Concordato tra Stato e Chiesa. Ma è chiaro che non farà nessuna di queste cose per non perdere soldi e potere. C'è chi, all'interno della Chiesa, cerca di porsi realmente questi problemi e dare analoghe soluzioni, come Dom Giovanni Franzoni, che viene sospeso dal Vaticano a divinis.

Continuano intanto le "stragi di Stato": in esse lui vede una "strategia della tensione", voluta dai potenti, prima in funzione anticomunista (per combattere contro il pericolo di una vittoria della contestazione del '68) poi in funzione antifascista, per darsi una verginità di antifascismo che non ha più senso storico, in quanto il fascismo tradizionale è del tutto superato e chi spera in una dittatura di tipo mussoliniano o è uno stupido ingenuo o è in malafede, come appunto questi governanti di centro-destra, che sono i reali nuovi fascisti. I giovani estremisti di destra e di sinistra sono solo le pedine di un gioco diretto dal nuovo fascismo tecnocratico.

Rimprovera se stesso e gli altri intellettuali di sinistra di non aver dialogato con i giovani neofascisti, la cui scelta ideologica è stata dettata dalla disperazione: se fosse stato fatto il tentativo di farli ragionare, forse alcuni di loro non sarebbero diventati fascisti.

Per le sue idee scomode a tutti (tranne evidentemente a Pannella e ai radicali, il cui realismo fondato però su ideali intransigenti, spaventa il Potere) viene criticato da tanti anche di sinistra, come Maurizio Ferrara, che lo accusa di estetismo, di rimpiangere una "età dell'oro", ed anche Italo Calvino, che pensa a un rimpianto pasoliniano dell'«Italietta» piccolo-borghese: Pasolini è offeso perché Calvino dovrebbe sapere che il suo rimpianto è rivolto alla Resistenza e alle speranze di una repubblica nazional-popolare, l'esatto contrario dell'«Italietta».

Precisa che la sua disperazione non è mai totale, perché altrimenti cesserebbe anche di parlare, di occuparsi dei problemi del mondo.

Il 14 novembre 1974 esce sul «Corriere della Sera» il famoso articolo di Pasolini sul "romanzo delle stragi". Dice di sapere i nomi dei responsabili e dei mandanti politici delle stragi, ma non può farli perché manca di prove e indizi. Chi, anche se fa parte dell'opposizione, ha prove e indizi non li fa certo i nomi perché è compromesso col potere.

Il 1975, l'ultimo anno di vita, lo vede battagliare su più fronti:

1) sua prima meditazione metafisica, determinata dagli interessi semiologici che lo avevano già convinto che la Realtà è Linguaggio (adesso approda ad una sorta di concezione spinoziana del divino: Dio sarebbe la Realtà che parla con se stessa);

2) riflessione sul consumismo (egli non è contrario al consumismo come viene vissuto nelle altre nazioni, dove le brutture della cultura di massa sono compensate da una reale qualità della vita data da istituzioni forti e opere pubbliche necessarie - scuole, ospedali ecc. - decenti; è contrario al consumismo italiano, che fa circolare beni superflui senza aver prima risolto il problema dei beni necessari);

3) lotta contro l'intolleranza reale (mascherata dalla finta tolleranza) che colpisce gli omosessuali: l'omosessualità è un rapporto sessuale come tutti gli altri, che non degrada chi lo compie, anzi lo fa diventare più fraterno rispetto agli altri uomini e consapevole della costitutiva bisessualità di ogni essere sessuato;

4) polemizza con i giornalisti, da cui ritiene di essere perseguitato perché è un artista che si può permettere, al contrario della gran massa dei giornalisti italiani, di fare anche del giornalismo indipendente: non potendogli perdonare questa insubordinazione, lo accusano di essere un vizioso;

5) l'aborto: lo ritiene un omicidio, perché il feto ha una volontà di crescere e nascere; l'aborto va prevenuto informando la popolazione su una sessualità alternativa al coito e sui metodi anticoncezionali: è chiaro per lui poi, come dice il Pci, che l'aborto va legalizzato in determinati casi e responsabilmente, e non in ogni caso e trionfalmente come vorrebbe il Potere consumistico, che enfatizza il coito tra maschio e femmina per motivi di produzione e consumo di beni superflui: chi fa l'amore consuma maggiormente questi beni (una coppia non può, ad esempio, non possedere un'auto);

6) propone un (metaforico, ma possibilmente anche concreto) Processo penale ai governanti democristiani rei di non aver compreso e tanto meno lottato contro il nuovo Potere consumistico: essi sono rimasti mentalmente all'epoca del clerico-fascismo e nei fatti hanno rovinato l'Italia deturpandola sia paesaggisticamente che antropologicamente, perpetuando la solita politica mafioso-clientelare;

7) dà alcune lezioni di pedagogia a un ipotetico ragazzo napoletano di nome Gennariello, al quale consiglia la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile; gli ricorda che è il possesso culturale del mondo che dà la felicità;

8) contro la criminalità di massa (ritiene che tutti i giovani siano dei criminaloidi, potenziali carnefici tipo i massacratori del Circeo, senza un conflitto interiore tra bene e male, perché la loro colpa viene prima ed è nell'aver scelto di non avere alcuna pietà) propone due soluzioni "assurde": a) abolire immediatamente la scuola media dell'obbligo (che insegna a diventare dei presuntuosi ignoranti ipocriti piccolo borghesi); b) abolire immediatamente la televisione (che toglie i valori della tradizione popolare sostituendoli con falsi modelli consumistici che rendono i giovani nevrotici, infelici e appunto criminali, perché molti non hanno i soldi per essere all'altezza dei "figli di papà", da loro invidiati). Nel suo gergo abolire sta per riformare radicalmente, perché la scuola dell'obbligo dovrebbe insegnare ai ragazzi la scuola guida e il galateo stradale, oltre a come risolvere i problemi burocratici e rispettare il paesaggio... dovrebbe insegnare una sessualità completa ma non nevrotica e dare la possibilità di molte libere letture commentate; la televisione sarebbe meglio che diventasse pluralista, con programmi concorrenziali gestiti dagli stessi partiti politici (si tratterebbe di portare alla luce del sole la sotterranea lottizzazione della Rai): lo spettatore potrà confrontare criticamente i vari programmi e farsi una idea propria;

9) prepara il testo di un intervento al Congresso del Partito radicale, ma non fa in tempo a leggerlo (verrà letto a Firenze due giorni dopo la sua morte): ribadendo di essere sempre un marxista che vota Pci, ha speranze sia nel Pci che nei radicali; avverte il pericolo di una falsa realizzazione dei diritti civili, falsa perché intollerante verso ogni reale alterità; suggerisce per questo ai radicali di valorizzare tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura; li esorta a restare sempre se stessi, eternamente contrari e irriconoscibili, a identificarsi col diverso, a scandalizzare;

10) rilascia, il giorno prima di essere ucciso, la sua ultima intervista, a Furio Colombo, nella quale dice che ormai gli sfruttati vogliono stare al posto dei padroni, tutti sono ormai vittime e carnefici a causa dello stesso sistema di educazione al possedere e al distruggere; però dice anche di sperare in un ritorno futuro della autentica mentalità rivoluzionaria di chi vuole lottare contro i padroni senza prenderne il posto; una delle sue ultime frasi dà il titolo all'intervista: "Siamo tutti in pericolo।"

PASOLINI E LA RELIGIONE

Pasolini con Enzo Siciliano sul set del Vangelo (www.pasolini.net)

Avvertenza: qui di seguito il lettore troverà rielaborate con diverse aggiunte, parti già trattate nelle puntate in cui esamino le opere di Pasolini. Aver isolato in questa appendice il tema religioso, non è una operazione inutile, tenendo conto che lui era uno spirito autenticamente religioso, seppur non confessionale e dichiaratamente ateo, e ha combattuto tutta la vita contro la dissacrazione del mondo.

Credente sino all'età di quattordici anni, poi smette tutta una volta di avere fede nel Dio persona e di partecipare ai riti religiosi. Del resto, la sua famiglia non era particolarmente religiosa: suo padre Carlo era un credente convenzionale, la madre viveva una sorta di religiosità naturale di origini contadine.

La figura di sacerdote che ispira alcuni suoi scritti giovanili, è quella di un uomo coraggioso perché lotta dalla parte dei poveri, eppure debole interiormente, come è umano che sia, in quanto c'è sempre il conflitto tra carne e spirito, che ogni divieto esterno, sociale, rende ancora più traumatico. Sono le norme sessuofobiche di diritto canonico a creare i presupposti di una psicologia ipocrita in molti sacerdoti.

Sin da giovane pensava che fosse assurda l'obbligatorietà dell'insegnamento religioso nelle scuole, perché la religione deve essere una conquista dello spirito individuale, non una imposizione dall'alto. Si appassiona di politica proprio sulla base di un movente religioso, il suo mistico bisogno di valicare i limiti tra sé e gli "altri", in particolare i più umili, prima i contadini friulani, poi i sottoproletari romani. Diventa marxista partendo da un cristianesimo che valorizza la figura umana e rivoluzionaria di Gesù (non crede che Cristo sia il figlio di Dio). Un borghese non potrebbe diversamente tradire la sua classe e rinunciare ai suoi privilegi, se non per una istanza etica, per un sentimento populistico (nel senso migliore del termine, cioè come amore verso il popolo).

Va in chiesa ma non per pregare o partecipare ai riti, ma solo per raccogliersi religiosamente davanti alle bellezze artistiche. Si ritiene ateo e anticlericale, contrario alla Chiesa-istituzione, rovina del mondo, da quando S. Paolo per eccesso di zelo creò le gerarchie ecclesiastiche, rinunciando a fondare una autentica religione, che Pasolini identifica invece in un legame disinteressato tra uomini che si rifanno a una figura mitica (Gesù nel caso del cristianesimo), la dedizione alla quale li fa bene operare.

La Chiesa-istituzione ha strumentalizzato a fini di potere e controllo delle masse la rassegnazione evangelica, originariamente positiva perché rovesciò l'impero romano basato sullo schiavismo. Il clero mantiene il popolo in una rassegnazione che invece è passività e ignoranza. Già una istituzione laica, come un partito politico, chiede ai suoi iscritti la rinuncia a molti moti del cuore, rinuncia necessaria per una politica di tipo machiavellico: ciò è aberrante se lo chiede la Chiesa, il cui dogmatismo teorico si converte in un pragmatismo meschino (alleanza con politici e corruzione): la Speranza e la Fede, senza la Carità, sono mostruose.

C'è stato un momento nella storia della Chiesa in cui essa poteva rigenerarsi, quando Papa Giovanni ha portato una ventata di novità, ponendo le premesse di un dialogo (sollecitato anche dal nostro col suo film sul Vangelo di Matteo) tra laici e credenti, ma tutto si è vanificato con l'avvento del nuovo Potere consumistico, che ha segnato la fine della religione, soppiantata dalla ossessione per i beni superflui.

Paolo VI sarà consapevole di ciò, della fine della religione, ma non ha altro rimedio da consigliare che quello irrazionale della preghiera. Invece, secondo Pasolini, la Chiesa dovrebbe rinunciare al potere e diventare guida dell'opposizione a questo tipo di società disumana che è la società dei consumi superflui. Dovrebbe ritornare alle origini, al tempo della predicazione di Cristo e dei suoi discepoli. Dovrebbe rinunciare alla sua cultura assolutista e abbracciare la cultura libera e antiautoritaria, in continuo divenire, contraddittoria, collettiva e scandalosa. Dovrebbe rifiutare il Concordato tra Stato e Chiesa. Ma è chiaro che non farà nessuna di queste cose per non perdere soldi e potere. C'è chi, all'interno della Chiesa, cerca di porsi realmente questi problemi e dare analoghe soluzioni, come Dom Giovanni Franzoni, che viene sospeso dal Vaticano a divinis.

Vede di buon occhio movimenti di cattolici progressisti come quello di don Milani, ma è consapevole che la Chiesa-istituzione ha sempre inglobato in sé ogni tentativo di innovazione, riducendola a micro-istituzione tollerata nell'ambito della più grande e potente Istituzione vaticana. Si direbbe che i santi son fatti apposta per essere venerati da un popolo immaturo, che non pensa nemmeno lontanamente ad imitarli.

Quanto al tema della immaturità, La sequenza del fiore di carta (1967-9) è il breve episodio pasoliniano del film Amore e rabbia girato da più registi separatamente. Si ispira al racconto evangelico del fico maledetto e fatto di colpo seccare da Gesù perché non aveva frutti (v. Matteo 21,18-22). Il protagonista è un sottoproletario di nome Riccetto colto in una sua innocente passeggiata per le strade di Roma. Dio gli parla ma lui non vuole ascoltarlo. Dio parla lo stesso e gli dice che non può rimanere inconsapevole di fronte ai mali del mondo, alle guerre e alle ingiustizie. Allora, giacché Riccetto continua ad ignorarlo, lo fa morire proprio come Gesù ha fatto col fico.

Odia ogni tipo di dogmatismo, anche quello laico dei marxisti moralisti. Se sul piano teorico si è rigidi e si hanno delle regole fisse da seguire, poi nella pratica ci si concede ogni arbitrio e cinismo; diversamente, una fede incerta e storicizzata, permette a un uomo di cercare liberamente di esprimersi mantenendo la buona fede, in avversione ad ogni tatticismo e cinismo. Del resto, Gesù perdona i peccati inevitabili, che provengono dall'inconscio, anzi non solo inevitabili ma anche necessari per la maturazione: ciò che non perdona è la malafede, e così ai farisei non perdona.

A chi gli oppone che marxismo e cristianesimo sono incompatibili, ricorda che il marxismo non deve essere una ideologia fissata una volta per tutte, ma duttile, che tenga conto dei progressi della scienza, che ha demolito nel '900 l'ateismo che necessariamente derivava dalla visione materialistica del positivismo ottocentesco. Adesso la scienza non può dire se Dio esiste o no. Tutto è in forse. Marx era geniale in economia politica ma di religione non aveva compreso che essa può essere una forza liberante, e non solo l'oppio dei popoli di cui lui parlava.

La censura vaticana sui suoi e altrui film lo indigna enormemente, come una illecita intromissione della Chiesa nelle decisioni degli organi dello Stato. Ormai la religione egli la vede come un corpo morto istituzionale, un complesso di riti non sentiti interiormente e vissuti invece sul piano consumistico dai cittadini: il Natale come operazione-panettoni e la Pasqua come operazione-colombe. Ogni spirito autenticamente religioso, come il suo, non può che cercare fuori della Chiesa ufficiale la luce della giustizia e della vera umanità.

Quando nel '63 viene denunciato per l'episodio La ricotta nel film RoGoPaG (dalle iniziali dei suoi registi: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti), l''episodio viene sequestrato e incriminato per vilipendio della religione di Stato: Pasolini, inizialmente condannato a quattro mesi di reclusione con la condizionale, è assolto in appello, poi la Cassazione annulla la sentenza di appello, pur dichiarando il reato "estinto per amnistia". Un altro capitolo assurdo nella storia della giustizia italiana e in quella personale dell'autore.

Dei guai li avrà anche per un altro film, Teorema, dove rappresenta un giovane dio che sconvolge l'esistenza di una famiglia borghese. Al di là delle scene erotiche del film, crediamo che la sessuofobia clericale, che ha origine in San Paolo, non ammette che un dio possa far l'amore...

Tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70 il revival spiritualistico negli Stati Uniti, tipo la scientologia e nuove forme di contestazione anarchica e anticonsumistica, lo lasciano perplesso, in quanto le ritiene forme anch'esse integrate dall'onnivoro neocapitalismo, e che quindi fanno in ultima analisi il gioco della reazione di destra.

San Paolo (progetto, tra il 1968 e il 1974, per un film non girato) traspone la vicenda della predicazione dell'Apostolo dei gentili nel XX secolo, a cominciare dalla Parigi degli anni 1938-44, durante l'occupazione nazista: Paolo è un collaborazionista appartenente alla ricca borghesia reazionaria, fanatico e ingenuamente crudele, con una punta di disperazione nell'animo, che lo porterà a convertirsi sulla strada di Barcellona, chiamato da Gesù; si farà cristiano e apostolo, laddove i cristiani equivalgono ai partigiani della Resistenza. Le parole del santo sono le stesse delle sue Lettere. L'attualizzazione della vicenda vuole significare che Paolo è a noi contemporaneo, sia come santo (e qui il giudizio di Pasolini è positivo, in quanto il nascente cristianesimo distrugge la società schiavista romana) sia come organizzatore di chiese (e qui il giudizio, invece, è negativo, perché la religione istituita è fatale che scenda a compromessi con il potere e diventi ipocrita). Dice Paolo:

"Il nostro è un movimento organizzato... Partito, Chiesa... chiamalo come vuoi. Si sono stabilite delle istituzioni anche fra noi, che contro le istituzioni abbiamo lottato e lottiamo. L'opposizione è un limbo. Ma in questo limbo già si prefigurano le norme che faranno della nostra opposizione una forza che prende il potere: e come tale sarà un bene di tutti. Dobbiamo difendere questo futuro bene di tutti, accettando, sì, anche di essere diplomatici, abili, ufficiali. Accettando di tacere su cose che si dovrebbero dire, di non fare cose che si dovrebbero fare, o di fare cose che non si dovrebbero fare. Non dire, accennare, alludere. Essere furbi. Essere ipocriti. Fingere di non vedere le vecchie abitudini che risorgono in noi e nei nostri seguaci - il vecchio ineliminabile uomo, meschino, mediocre, rassegnato al meno peggio, bisognoso di affermazioni, e di convenzioni rassicuranti. Perché noi non siamo una redenzione, ma una promessa di redenzione. Noi stiamo fondando una Chiesa."

E' stato Satana a imitare la voce di Dio e a mandare Paolo a fondare la Chiesa. Prova di ciò sono tutti i delitti che durante la storia ha commesso questa istituzione: papi criminali, compromessi col potere, soprusi, violenze, repressioni, ignoranza, dogmi, e da ultimo il delitto più grave, cioè l'accettazione passiva del potere consumistico irreligioso che non sa che farsene di religione e morale e riduce la Chiesa a folclore, rispettandola solo come alleato politico e potere finanziario. Il messaggio autenticamente religioso (di santità) di Paolo non viene accettato da nessuno, in fondo, e chi lo accetta o è un santo pure lui o è un ipocrita che lo accetta solo apparentemente; gli intellettuali, sia di destra che di sinistra, col loro razionalismo, non hanno capito niente di religione, ignorando che la vera sapienza viene da Dio, data in premio a chi vive concretamente d'amore. Il Paolo pasoliniano è destinato ad essere ucciso da un sicario nella New York neocapitalistica, che rappresenta la versione contemporanea dell'originario potere imperiale romano dell'epoca in cui visse il santo. Il potere non cambia mai essenza, è sempre spietato, qualunque nome esso si dia, e finisce sempre con l'uccidere in mille modi coloro che si oppongono ad esso.

In un quasi-testamento spirituale, pubblicato postumo, scrive:

"Ogni religione formale, nel senso che la sua istituzione è diventata ufficiale, non solo non è necessaria per migliorare il mondo, ma addirittura lo peggiora."

"Per la prima volta in questi ultimi mesi [del 1975] ho in qualche modo concepito un'idea, sia pure immanentistica e scientifica di Dio. [...] la realtà è un linguaggio! Bisogna fare la semiologia della realtà, altro che quella del cinema! Ma se la realtà parla, chi è che parla e con chi parla? La realtà parla con se stessa: è un sistema di segni attraverso cui la realtà parla con la realtà. Tutto ciò non è spinoziano? Questa idea della realtà non assomiglia a quella di Dio?"